mercoledì 27 settembre 2017

Un film iraniano plagiato a Bollywood?

I siti web italiani non riportano nulla, ma su quelli stranieri è in corso una curiosa querelle. Il film "Newton", black comedy realizzata quest'anno in India dal regista Amit V Masurkar, sarebbe infatti un clamoroso plagio de "Il voto è segreto" (Raye Makhfi) di Babak Payami, pellicola iraniana che vantava un'ampia co-produzione internazionale e che nel 2001, forte del deciso supporto del presidente della giuria Nanni Moretti, sfiorò il Leone d'oro a Venezia, dovendosi poi accontentare del Leone d'argento e di una serie di premi collaterali.





Le analogie nelle trame parrebbero evidenti (chi scrive non ha visto il film indiano), trattando entrambe della necessità di adempiere al diritto/dovere civico del voto in condizioni ambientali proibitive. Tuttavia - assicurano i difensori di "Newton" - le diversità sarebbero molteplici, a partire dal diverso taglio stilistico; inoltre sembra strano che la polemica giunga ora che il film è stato distribuito nelle sale del paese d'origine e ha intrapreso la corsa agli Oscar, e non per esempio quando è stato presentato allo scorso festival di Berlino...

Ed eccoci all'aspetto curioso: da un lato non è ben chiaro da chi sia partita la polemica, dall'altro lato sta emergendo una ridda di voci che all'unanimità arringano a difesa dell'opera di Masurkar e infine la assolvono. Provare a cercare "secret ballot newton" su Google per credere. 
Gli apologeti del film si sono premurati di chiedere l'opinione di uno dei produttori de "Il  voto è segreto", l'italiano Marco Müller, che ha sentenziato: "neanche l'ombra del plagio!" Uno screenshot lo testimonia:


Stessa richiesta per il regista del film iraniano. Secondo Payami non c'è nessuna somiglianza di stile e di struttura, si tratta semplicemente di due film diversi sullo stesso tema. La sua dichiarazione dovrebbe chiudere il discorso. A meno che non si tratti di una trovata di marketing per far parlare di "Newton"...

lunedì 18 settembre 2017

Conferenza con Fulvio Capezzuoli

Segnaliamo una conferenza a cura di Fulvio Capezzuoli, autore de 'Il sapore della bellezza', uno dei primi libri in italiano sul cinema iraniano. Con proiezione di numerosi spezzoni di film iraniani dal 1900 a oggi. Sabato 14 ottobre ore 17 a Casalmaggiore (CR)



lunedì 11 settembre 2017

Disappearance, Ali Asgari (2017)


Tutto in una notte. Sara e Hamed, amanti non sposati, girano per gli ospedali di Teheran. La ragazza soffre di un’emorragia all'apparato genitale, la cui origine non è chiarissima; le rigide norme vigenti impediscono l’intervento dei medici senza l’autorizzazione del marito (che non esiste), o dei genitori. 

Dopo alcuni cortometraggi che hanno raccolto decine di premi nei festival più prestigiosi, Ali Asgari debutta nel lungometraggio (di co-produzione qatariota) suggerendo, senza mai urlare, una via originale da percorrere per aggiornare il cinema iraniano, pur rimanendo nel solco della tradizione. La scrittura di stampo neorealista che prende le mosse da un singolo avvenimento, i lunghi piani-sequenza con pedinamento dei protagonisti, così come il tema spinoso non sfigurerebbero all'interno de “Il cerchio”. La novità è però la diversa declinazione di uno stilema che nei classici era riconducibile al metalinguaggio: in “Disappearence” (Napadid shodan) i protagonisti sono costretti a recitare, ma non davanti alla telecamera, bensì al cospetto dei dipendenti pubblici degli ospedali, e dei loro colleghi della sanità privata, anch'essa sottoposta alla legge dello stato.

L’effetto straniante è il medesimo, forse ancor più ficcante; la commistione di finzione e realtà, lungi dall'essere artificio intellettualistico, è l’ennesima occasione per smascherare un sistema ipocrita e repressivo.




Anche la questione di genere è risolta dal regista (ma la co-sceneggiatrice è una donna: Farnoosh Samadi) con sfumature inedite: Sara avverte la distanza dal suo compagno, che pure è partecipe del suo dolore e alleato nella battaglia; ne interpreta certi innocui comportamenti come indici di inaffidabilità; è conscia del fatto che deve contare soprattutto sulle proprie forze. La scoperta ambiguità del finale conferma queste sue convinzioni, senza lasciarne intendere il destino ultimo; ma al contempo palesa lo spaesamento del ragazzo. 

Sullo sfondo, lo spleen di una Teheran giovanile nottambula, assonnata ma non rinunciataria, ingabbiata ma intraprendente: uno spaccato generazionale che non si dimentica.

Programmato a distanza di pochi giorni nella sezione ‘Orizzonti’ di Venezia e al Toronto International Film Festival, meriterebbe il successo internazionale.










lunedì 4 settembre 2017

No Date, No Signature, Vahid Jalilvand (2017)



Guidando di notte, l'anatomopatologo Kaveh Nariman investe una famiglia a bordo di un motorino. Niente di grave, sembrerebbe, a parte qualche contusione per Amir Ali, otto anni. Il giorno dopo Nariman trova il cadavere del bambino nella camera ardente dove lavora, e inizia a pensare di essere il colpevole. Anche se l'autopsia, eseguita dall'altera moglie e collega, parla di intossicazione alimentare.

"Questo film potrebbe essere un'elegia sulla tomba dell'uomo che una volta ho sognato di essere", dichiara il regista e montatore Vahid Jalilvand, che dal precedente "Un mercoledì di maggio" si porta dietro l'attore protagonista Amir Aghaee (cui tra l'altro affida un ruolo con qualche analogia), oltre all'intensità drammatica, declinata però con minor patetismo. In altri termini, "No Date, No Signature" (Bedoone Tarikh, Bedoone Emza)  è un interessante apologo sul peso della responsabilità maschile, che Nariman condivide con il padre di Amir Ali, uomo umile che per risparmiare ha dato in pasto al figlio carne avariata, e per salvare l'onore si sente costretto a punire chi gliel'ha venduta (di rimarchevole tragicità la sequenza nel macello). Apologo universale? Di certo il titolo invita a estendere il discorso oltre il tempo presente, ma non rimuove la collocazione in un Iran patriarcale, in cui il ceto medio vive il proprio status con senso di colpa verso i tanti diseredati.


Attingendo dagli stilemi di genere (film carcerario, giudiziario, thriller medico), forzando qualche passaggio (è credibile che Nariman possa disporre la riesumazione e eseguire una nuova autopsia in perfetta solitudine?), Jalilvand e lo sceneggiatore Ali Zarnegar adottano una tradizionale scrittura ellittica che sa però di irrisolto e, ormai, di telefonato (eccessivo scomodare "Una separazione" o altri Farhadi). Quanti finali con lo stesso grado di apertura abbiamo visto, nei film iraniani? Scorciatoie troppo battute; si avverte l'esigenza di scoprire altri sentieri. Controversa anche la scelta di iniziare la narrazione con la sequenza dell'incidente (che avvia una cupissima prima parte, tutta in interni e in esterni notte) trascurando il contesto, non approfondendo neanche in seguito la vita privata del protagonista, svelata solo per accenni. Ciò che conosciamo bene sono lo zelo e l'incorruttibilità lavorativa, che lo portano a non sottoscrivere autopsie intente a insabbiare la violenza domestica. Forse troppo poco per spiegarne i comportamenti successivi e il rovello interiore. La pillola, che Nariman assume prima di deporre, è per il fegato grasso di cui parla la moglie, è un tranquillante, o si tratta di altro?

Vincitore di tre premi al Fajr, è approdato a Venezia 74 nella sezione "Orizzonti".