giovedì 29 giugno 2017

Tehran Noir: un bilancio

Dopo aver visto i quattro film iraniani proposti nell'edizione 2017 del Cinema Ritrovato e averne constatato la qualità non eccelsa, è lecito sollevare qualche perplessità e provare a fornire da soli altrettante spiegazioni.


Khachikian e Arman nella locandina della rassegna


Perché stato scelto un autore di b-movies come Samuel Khachikian, quando  giganti come Bahram Beizai o Darioush Mehrjui (giusto due nomi, ma se ne potrebbero fare altri) sono così poco conosciuti in Occidente? Ad esempio in Italia si è visto su scala nazionale il solo "Bashù il piccolo straniero". È vero che il festival ha un respiro internazionale, ma non è che all'estero la conoscenza dei due sia molto più ampia.

Mettendoci nei panni dei curatori, potremmo dare almeno quattro ordini di risposte.
La prima è l'assoluta invisibilità dei film fino a oggi, introvabili anche in rete con dei sottotitoli comprensibili a chi non mastichi il persiano, a differenza di alcuni film degli autori sopra citati.
La seconda è che si è aperta una finestra su un periodo altrettanto ignoto, quello degli anni Cinquanta, fondamentale per lo sviluppo dell'industria cinematografica iraniana, all'epoca davvero primitiva (come ripetuto più volte nell'incontro introduttivo). Sfidiamo chiunque a trovare edizioni internazionali di pellicole iraniane antecedenti il decennio dei Sessanta.
La terza è che stiamo parlando di clamorosi successi di pubblico e pertanto i film presentati assumono un interesse sociologico in merito ai gusti di una società ancora abbacinata dalle luci dell'Occidente, prima del rigetto che porterà alla Rivoluzione.
La quarta è che con Khachikian si è scelto l'appartenente a una minoranza etnica e religiosa, un armeno cristiano in grado di parlare a platee di persiani musulmani. L'entourage del regista aveva la stessa provenienza e ha dato un contributo impagabile allo sviluppo dell'industria culturale del paese.

C'è poi la questione della scelta dei film. Due su quattro, i più vecchi, non rientrano nel genere noir e quindi il titolo della rassegna era ingannevole, serviva forse ad attirare un po' di pubblico in più. Già detto di una qualità che ha lasciato molto a desiderare, specie per i due film fuori tema. Una replica potrebbe essere la medesima della seconda e della terza risposta di cui sopra: i due lungometraggi degli anni 50 hanno fatto, al loro modo, la storia dell'industria cinematografica del paese in maniera molto maggiore dei prodotti di genere, più caratteristici dello stile dell''Hitchcock iraniano', del decennio successivo.

Quello che invece non possiamo perdonare ai curatori - a cui per il resto non possiamo essere che grati, nonostante tutto - e l'aver omesso tutte le controversie che hanno accompagnato la carriera del regista. Sia in sede di selezione, che di introduzione critica, nessuno ha segnalato la realizzazione di un film di propaganda come "Blood and Honor" (Khoon va sharaf, 1955) che, a quanto sappiamo, avallava la repressione militare e di fatto il golpe del 1953 contro le istituzioni democratiche.


Blood and Honor

Si è poi parlato dell'importanza dei set di Khachikian come laboratori per l'apprendistato dei futuri alfieri della Nouvelle Vague. Non si è detto però che quest'ultima nacque in aperta contrapposizione al suo cinema, in cui i personaggi parlano persiano ma si comportano come americani. Una recensione di "Anxiety", di gran lunga il film migliore della retrospettiva, si intitolava addirittura "Il disastro del cinema iraniano".

Concludiamo con la scoperta più gradita: quella di un ottimo attore, anch'egli armeno iraniano, che si faceva chiamare Arman, ma che al secolo era Aramais Hovsepian. Interprete di tutti e quattro film del ciclo, ha collaborato con Khachikian anche a teatro a partire dal 1954. La sua versatile bravura non la dimenticheremo.


mercoledì 28 giugno 2017

Strike, Samuel Khachikian (1964)



Un breve prologo "gotico" ci introduce al dramma di Jamal (il solito Arman), un impiegato che, a causa della malattia della moglie (e di qualche bicchiere di troppo), non ha i soldi per pagare l'affitto di un'umile stamberga. La figlia Shirin è però corteggiata dal facoltoso dottor Kourosh. Il tema, tipico del cinema iraniano del periodo, delle differenze di ceto è portato dall'autore al parossismo: se lo status di medico, utile per esigenze di sceneggiatura, non costituiva un divario sufficiente, ecco che si attribuisce al protagonista la discendenza dinastica necessaria per permettergli di sfoggiare una villa faraonica. Questa prima parte di "Strike" (Zarbat) si distacca dagli altri, rumorosissimi film di Khachikian, per la scarsità di musiche. Con il prosieguo si tornerà alla norma...

Le insidie arrivano da Hossein, collega di Jamal ma anche delinquente e ludopatico. Invaghito di Shirin, svuota la cassaforte dell'ufficio e offre il bottino al collega in cambio della figlia. Jamal riesce a liberarsi fisicamente di lui e, non appena il triangolo del melò perde un vertice, l'autore proietta il protagonista in un percorso con tutti i crismi del noir/horror. La pellicola diventa fracassona, barocca, spettacolare. Tutto a scapito dei personaggi, il cui sviluppo si arresta, e delle relazioni che rimangono in abbozzo, compromettendo l'esito di un progetto che poteva vantare una struttura davvero inusuale. Un esempio per tutti: la madre di Kourosh, che aveva appioppato un ceffone a Shirin e l'aveva liquidata con un laconico 'tu non sei del nostro rango', alla fine la accoglie a braccia aperte senza motivo né alcun passaggio intermedio.

Il medico è interpretato da Abdollah Bootimar, già protagonista di "Anxiety". Anche Reza Beik Imanverdi arriva da quel film e... si porta dietro il coltello.
Assistenti alla regia: Masoud Kimiai e Khosrow Haritash.

Anxiety, Samuel Khachikian (1962)



Behrooz Niknejad (Abdollah Bootimar) è uno scrittore di gialli. Sposatosi con Roshanak (Iren), rampolla di una famiglia industriale, si ritrova a condurre la fabbrica dopo la morte dello lo zio di lei in un incidente sul lavoro. Mentre il detective Jamsheed (Arman) sospetta che si sia trattato di omicidio, un vecchio amante (Shandermani) comincia a ricattare Roshanak, che viene catapultata in una catena di eventi spaventosi.

Alla fine il film si rivela essere quasi un remake de "I diabolici", solo con movente economico, per nulla passionale. E ovviamente in un contesto diverso, nell'ambiente di una borghesia persiana moderna, urbana, occidentalizzata, quanto sordida e ricattabile, come mai l'avevamo conosciuta nei lavori precedenti del regista (tornato all'ovile del Azhir Film Studio, dopo che a causa di dissidi si era accasato altrove) che abbiamo avuto occasione di vedere. Del resto la ruspa iniziale ha fatto metaforicamente piazza pulita dei residui di un mondo antico e innocente.
Ma il salto di qualità è soprattutto stilistico: "Anxiety" (Delhoreh) mantiene per due ore una tensione palpabile che non ha nulla da invidiare al capolavoro di Clouzot, grazie soprattutto a un gran lavoro sul sonoro, alle inquadrature espressioniste e al magnifico bianco e nero di Ghodratollah Ehsani. Più che i due coniugi al centro della vicenda, sono memorabili il detective e la complice del vecchio amante (Haleh), autentica femme fatale degna dei noir occidentali migliori. L'autore ci mette poi la malizia delle riprese dal basso e delle inquadrature dei piedi delle donne, non nuove nella sua opera.

Khachikian gira i dialoghi a 22 fotogrammi al secondo per accelerali, ma per fortuna l'esito non è la frenesia di "Storm in Our City".
Nel cast (interpreta l'uomo col coltello) è presente l'attore Reza Beik Imanverdi, che lavorerà in un paio di b-movie italiani di Demofilo Fidani.
L'attrice protagonista Iren farà in tempo a comparire in "Shirin" di Abbas Kiarostami (2008), prima di morire nel 2012.










Tehran Noir: intervista a Ehsan Khoshbakht

Il curatore della rassegna su Samuel Khachikian, nonché uno dei più importanti programmatori di film iraniani, noti o sconosciuti che siano, nei festival mondiali. Abbiamo incontrato Ehsan Khoshbakht al Cinema Ritrovato di Bologna e gli abbiamo fatto alcune domande in aggiunta a quanto emerso nell'incontro sul regista. 


Ehsan Khoshbakht

Chi è Samuel Khachikian, in poche parole?

È un regista estremamente popolare in Iran negli anni 50, 60, 70 che reinventa i generi di Hollywood, in particolare noir, thriller, horror, crime. Non fa cinema d'autore, ma il pubblico va a vedere i film per il suo nome, non per quello degli attori.
La cosa strana è che i suoi film spariscono negli anni dopo la Rivoluzione, perché il canone imposto dalla censura cambia, ad esempio per quanto concerne il modo di filmare le donne.

Khachikian lavora già dagli anni 50. Si può dire che il suo lavoro influenzi i film di genere realizzati dagli alfieri della Nouvelle Vague iraniana nei due decenni successivi: i film con Behrouz Vossougui, quelli diretti da Masoud Kimiai, o i primi di Amir Naderi...?

Assolutamente sì, sono tutte personalità che hanno collaborato alla realizzazione dei suoi film, da lui hanno imparato molto. Li ha scoperti, gli ha dato la possibilità di diventare qualcuno. Vossoughi recita in due delle pellicole più celebri, una di queste ha anche una specie di distribuzione italiana con il titolo "Arrivederci Teheran".  Naderi lavora con lui come fotografo di scena. Un altro collaboratore è Khosrow Haritash, suo assistente. Tutto questo un paio di anni prima che diano vita alla Nouvelle Vague iraniana.





Immaginiamo che invece i registi iraniani più noti in Occidente non ne subiscano l'influsso

Direi proprio di no. Per le influenze su questi autori dobbiamo tornare i film del Cinema Ritrovato 2016. Come dicevo, i film di Khachikian a un certo punto spariscono. Fortunati sono gli spettatori di Bologna che ora possono vederli.

Crede che si possano individuare degli omologhi occidentali di Khachikian? Forse Jesus Franco o Roger Corman?

No, quella di Khachikian è un'esperienza diversa. Franco fa pura exploitation. Khachikian è interessato a raccontare storie, non mostra tette e culi, è molto riservato in questo. Stiamo parlando di un cristiano che fa film per musulmani e sta molto attento a raggiungere le masse, riuscendoci. Riusciva a parlare alle masse di un paese a grande maggioranza musulmana! Franco e Corman sono due artigiani di talento, ma quella di Khachikian è una storia diversa dalle loro. Forse quella di Corman si può in parte accostare, ma solo nel senso che il suo laboratorio diventa un'università per registi come Scorsese o Bogdanovich. È anche vero che noi ci siamo concentrati sull'età del loro del cinema di Khachikian. Con il declino farà anche lui exploitation: film di lotta e altri generi di serie z. Tuttavia i registi occidentali a cui possiamo accostarlo sono soprattutto Robert Siodmak e Fritz Lang.



martedì 27 giugno 2017

Storm in Our City, Samuel Khachikian (1958)




Nei giorni del capodanno persiano, un matto scappato dal manicomio terrorizza la città ma cela un animo buono; un tipografo salva una vedova disoccupata, con figlia sorda, di lì a poco sfrattata, da un branco di bulli; il capobranco, figlio di un facoltoso professionista, corteggia con cattive intenzioni la sorella del tipografo.

Al primo film anche da produttore (tramite l'Azhir Film Studio da lui co-fondato), Khachikian dimostra di padroneggiare ormai la tecnica registica, ma sceglie soluzioni stilistiche che non vanno certo per il sottile. Ne esce un film di genere solo nelle sequenze iniziale e conclusiva (horror e thriller, non noir come vorrebbe il titolo della rassegna organizzata dal Cinema Ritrovato). In mezzo, una frastornante commediaccia (con una bizzarra parte onirica nel sotto finale) colma di trovate molto facili (smorfie, persone gettate in acqua ecc.) atte a dimostrare che i matti veri sono i sani e a cercare in maniera plateale il consenso del pubblico. Da cui anche le citazioni per le celebrità straniere Clark Gable e Gina Lollobrigida. Si salva solo la sequenza notturna della Festa del Fuoco, na nel complesso "Storm in Our City" (Toofan Dar Shahr-E Ma) è un pasticcio, più che un pastiche.

Colonna musicale senza soluzione di continuità, a tratti copiata pari pari dal tema di "Un uomo tranquillo" (però si sente anche un accenno di "Luci della ribalta", e chissà quante altre derivazioni), come da prassi per l'autore.
La concitazione generale deriverebbe anche dal fatto che la macchina da presa a disposizione prendeva fuoco se utilizzata per più di venticinque secondi consecutivi.
Si ritrovano due attori protagonisti di "Crossroad of Events"Vida Ghahremani e il fido Arman, anche qui nella parte del fuggitivo.

Introduzione al cinema di Samuel Khachikian

Riportiamo quanto emerso dall'incontro tenutosi ieri alla Sala Auditorium - Laboratorio delle arti UNIBO. Il curatore di "Teheran Noir" per il Cinema Ritrovato di Bologna Ehsan Khoshbakht ha presentato la rassegna insieme al ricercatore Kave Askari, al critico Behdad Amini e allla restauratrice Mania Gregorian. Il filmato è disponibile sul canale di Youtube della Cineteca di Bologna, ma essendo in inglese e della durata di quasi un'ora, riteniamo utile farne una sintesi. Per esigenze di fluidità omettiamo di attribuire le varie parti ai singoli relatori






Samuel Khachikian è un regista geniale nel mettere tante idee nelle singole inquadrature dei suoi film, per quanto questi possano essere di serie b, se non di categoria inferiore. Considerato da molti l'Hitchcock iraniano, detesta questa definizione, sentendosi più vicino a certi registi tedeschi.

La sua famiglia si rifugia in Iran per scampare al genocidio armeno, poi a causa di tumulti politici abbandona Tabriz per raggiungere Teheran. L'appartenenza a una minoranza etnica e religiosa (è cristiano) è molto importante per Khachikian, così come importantissimo è il ruolo degli armeni nella storia del cinema iraniano. Basti pensare che il primo lungometraggio iraniano in assoluto è "Abi and Rabi" dell'armeno Ovanes Ohanian.

L'Iran degli anni 50 gode di una posizione unica, perché una distribuzione disordinata e praticamente senza filtri consente di vedere film americani, europei, ma anche del terzo mondo. Questa fortuna non capita a nessuno, perché gli spettatori occidentali non vedono film turchi, egiziani, o indiani. Questa ampia scelta è determinante per la creatività della nascente industria cinematografica persiana, all'epoca davvero primitiva.





Tuttavia, pionieri come Khachikian devono inventare o copiare praticamente tutto (è lui ad aver introdotto i trailer nel paese). Se non bastasse, egli preferisce scegliere gli attori sulla base delle somiglianze coi divi internazionali (per esempio Clarke Gable) e solo in seguito insegnar loro a recitare. Per le colonne sonore, Khachikian ruba letteralmente le tracce dei film di successo (un esempio è "Gioventù bruciata", ma i casi sono innumerevoli). Una moda del periodo è poi quella dei remake (per fare un titolo: "Gilda").

In una video intervista, un Khachikian in tarda età sottolinea la differenza tra suspense e sorpresa. La prima riguarda ambienti, atmosfere, richiede del tempo. Lui la preferisce. E il pubblico è con lui.








Crossroad of Events, Samuel Khachikian (1955)



Terzo film del regista, che adatta una sua piéce, e primo successo di pubblico. Pur essendo inserito nel ciclo "Teheran Noir" del Cinema Ritrovato di Bologna, "Chahar Rah-E Havades" è assimilabile al filone tradizionale del melò iraniano anni '50, con alcuni elementi di crime story. Contribuisce non poco alla nascita di un vero sistema industriale per il cinema del paese.

Farid, giovane contabile di una fonderia costretto anche a lavori da operaio, è troppo povero per la sua amata, che cede alle pressioni della famiglia e gli preferisce un uomo di mezza età con auto di lusso, e villa con giardino e fontane da lustrarsi gli occhi. Per poi pentirsi. Tormentato dal denaro, Farid si fa cooptare dal vicino di casa galeotto Salim, evaso dal carcere, e cerca di svaligiare una gioielleria. Una ragazza cagionevole lo redime, diventa la sua compagna, ma è vinta dalla malattia. Come è ovvio, si ricostituisce la coppia iniziale.

Una sequenza da incorniciare, per l'uso discreto del fuori campo, è quella della morte del padre di Farid. Né Salim né i gendarmi che lo inseguono si accorgono inizialmente del cadavere. Questi ultimi, anzi, pensano che sotto il lenzuolo si nasconda il fuggitivo. Buone anche le scene di inseguimento, merito di un bianco e nero contrastatissimo, e la sequenza del furto, per la suspense. Tanta approssimazione però in tutto il resto, spesso al limite del dilettantesco: dalle ingenue sovrimpressioni, alla scena in cui la figura del protagonista si sdoppia e il Farid-fantasma funge da diavolo tentatore, presto affiancato dalla silhouette di Salim. L'attore protagonista Naser Malek Motiee diventerà celebre nel paese, ma qui ha la rigidità e l'espressività di un pezzo di legno.

Il finale doveva contenere quello che, a detta del curatore della rassegna, è il primo bacio nella storia del cinema iraniano, ma da Teheran è arrivata una copia priva di quei pochi, decisivi fotogrammi. Qualcuno dopo il 1979 ha censurato la sequenza; chissà chi e quando.




Per lo spettatore italiano, non passa inosservata la presenza in colonna sonora di una versione tradotta di "Torna a Surriento".
La produzione è della Diana Film Studio, proprietà di membri della minoranza etnica armena, cui lo stesso regista appartiene. Anche la troupe comprende tanti armeni che qui esordiscono e che molto daranno al lato tecnico del cinema iraniano.
L'attrice protagonista Vida Ghahremani oggi insegna recitazione e lingua persiana in California.

mercoledì 21 giugno 2017

I migliori film iraniani... per la critica iraniana

La rivista iraniana "Film" ha interrogato una serie di esperti, chiedendo quale fosse per loro il miglior film iraniano di sempre. O meglio il loro 'film della vita'. Non sappiamo a quando risalga il sondaggio, ma annovera una pellicola del 2009, per cui è abbastanza recente. Il risultato spiazza chiunque non sia conscio del fatto che i film acclamati a livello internazionale non sempre sono gli stessi amati in patria. Dominano, tra le opere antecedenti la Rivoluzione, quelle interpretate dalla super star locale Behrouz Vossoughi. Per la cronaca, lo stesso quesito è stato posto per i film stranieri. Il più votato? "La donna che visse due volte".


La locandina del vincitore

Ecco la classifica:

1 The Deers (Masoud Kimiai, 1974)
3 Sooteh-Delan (Ali Hatami, 1978)
5 Hamoun (Dariush Mehrjui, 1990) 
6 Tangna (Amir Naderi, 1973) 
8 Captain Khorshid (Naser Taghvai, 1987)
9 Once Upon a Time, Cinema (Mohsen Makhmalbaf, 1992)
10 Tranquility in the Presence of Others (Naser Taghvai, 1973)
11 The Beehive (Fereydun Gole, 1975)
12 Gheisar (Masoud Kimiai, 1969)
13 Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1965)
14 Il corridore (Amir Naderi, 1984)
15 The Tenants (Dariush Mehrjui, 1986)
16 To Be or not to Be (Kianoush Ayari, 1998)
17 Sotto gli ulivi (Abbas Kiarostami, 1994)
18 Ragbar (Bahram Beizai, 1972)
19 Dov'è la casa del mio amico (Abbas Kiarostami, 1987)
20 Il sapore della ciliegia (Abbas Kiarostami, 1997)


Consiglio: per una classifica che ci faccia sembrare meno ignoranti, possiamo tornare in Occidente e affidarci alla top 15 del sito Taste of Cinema:
http://www.tasteofcinema.com/2014/15-essential-iranian-films/






mercoledì 14 giugno 2017

Bashù il piccolo straniero, Bahram Beizai (1989)




Bahram Beizai è un importante intellettuale iraniano. Sarebbe riduttivo considerarlo solo un cineasta: la sua ricerca parte dal teatro, per cui lavora sin dagli anni 60. come autore e regista, insegnandolo, scrivendo perfino un manuale di storia del teatro persiano. Come per molti colleghi sopravvissuti artisticamente e non senza difficoltà alla Rivoluzione, il suo salvacondotto si chiama Kanun, l'istituto pedagogico che produce il suo cortometraggio di esordio nel 1969 (è per altro una delle prime realizzazioni in assoluto dell'istituto) e alcuni lavori successivi. Se il debutto nel lungometraggio, "Ragbar", colpisce per la toccante immediatezza nonostante una struttura poco ortodossa, il peso della cultura classica dell'autore si avverte nelle pellicole successive, in cui i riferimenti alla tradizione e alla mitologia persiane rendono la visione quasi criptica per lo spettatore occidentale.

Il miracolo si compie in piena guerra, quando Beizai, ritrovando la freschezza delle origini, scovando la magia non più nel mito accademico ma nella superstizione e nei riti popolari, fa la storia del cinema iraniano con il suo film più celebre e celebrato: "Bashù il piccolo straniero". 

Nell'inferno dei bombardamenti iracheni il protagonista - a occhio una dozzina d'anni, nero quasi come la pece - perde i genitori, la sorella, il maestro di scuola. Si rifugia in un camion che dal Khuzestan lo conduce nel Gilan. "Dove sono? È ancora Iran qui?", Chiederà. Questa la distanza percorsa dal giovane eroe:



L'esplosione per lo scavo di una galleria scatena in lui un terrore che gli fa abbandonare il veicolo e correre in campi in cui si perde, finché non si imbatte in Naii. Analfabeta, piena di debiti, con due figli da mantenere e un marito in giro per il paese in cerca di lavoro, la donna dapprima respinge Bashù ma, dopo vari tentativi reciproci di avvicinamento, arriva ad accudirlo come un terzo figlio (nonostante l'opposizione che il marito esercita per via epistolare) e a difenderlo dai pregiudizi e dalle cattiverie dei compaesani, con la loro carnagione chiara. 

Grande inno al rispetto delle diversità, Bashù incarna molti topoi del cinema iraniano migliore, spesso concentrato sul punto di vista dell'adolescente sul mondo (rurale) dei grandi. (Anzi possiamo dire che fa da apripista al successo di questa cinematografia. Girato nel 1986 e rilasciato nel 1989, "Bashù" è uno dei primi lungometraggi iraniani a essere distribuito in Occidente. Per l'Europa - di sicuro per l'Italia - il merito va a Babak Karimi, la cui casa di distribuzione prenderà il nome da questo film.)



Tuttavia il capolavoro di Beizai si distacca da tante opere cui a prima vista assomiglia. Anzitutto per la messa in scena, non documentaristica, ma anzi teatrale in certe pose, a partire dalla prima comparsa dei due protagonisti: in particolare, quello di Susan Taslimi che incrocia i lembi del foulard è un fotogramma iconico. Poi per il lato magico e visionario, con i fantasmi dei parenti di Bashù che si materializzano e sembrano addirittura incidere sullo svolgimento. Più tipici invece i risvolti simbolici che Beizai ricava dagli elementi della natura. Si pensi alla funzione dell'acqua: dopo aver letteralmente affondato Bashù nel fiume, Naii prende atto della diversità del colore della pelle del ragazzo; in seguito lo "pesca" con una rete e lo abbraccia, a sancire il rapporto genitoriale e filiale, la rete a simboleggiare il grembo materno; è poi nel mezzo di un acquazzone che, nell'ultima parte, il rapporto sembra rompersi per poi pervenire al ricongiungimento definitivo. Altra immagine rimasta è quella dello spaventapasseri - elemento scenografico intorno a cui il regista aveva concepito un intero spettacolo in gioventù - nella splendida sequenza conclusiva del ritorno del marito di Naii senza il braccio destro (perché dopo aver escluso dal film l'autorità maschile, Beizai ne amputa la parte atta a esercitare violenza).




Altra particolarità di "Bashù" è l'essere a tutti gli effetti un film di guerra: argomento prevalente nel cinema iraniano degli anni 80, ma in sostanza avulso dalle opere successive circolate nei festival internazionali. Il tema dei rifugiati è quantomai attuale e Beizai, oltre parlare di intolleranza e diffidenza, tocca questioni come il lavoro gratuito o sottopagato dei profughi. Le affronta in maniera solo apparentemente superficiale, in realtà rendendole parti integranti di una visione complessiva. 
Tuttavia lo straniero Bashù è sì un rifugiato, ma interno, e il film, girato a guerra in corso, pur avendo una chiara valenza universale contribuisce anche alla cementificazione dell'identità e dell'unità nazionali di quel vastissimo paese multietnico che è l'Iran. Il protagonista e i coetanei del Gilan parlano ciascuno il proprio idioma senza intendersi, ma dopo che il primo impugna un manuale di testo e legge uno slogan patriottico, i secondi gli dicono: "parla come il libro, così ti capiamo".
Inutile aggiungere che l'alfabetizzazione è pure un elemento chiave del rapporto tra Bashù e Nahii; l'accettazione definitiva si accompagna alla stesura di una missiva dettata dalla madre e scritta dal figlio. Poco importa se adottivi.



Che ne è stato dei due indimenticabili attori protagonisti?
Scoperta da Beizai, Susan Taslimi, classe 1950, ne è stata la musa fino a questo film. Dopodiché, nonostante una grande popolarità in patria, è emigrata in Svezia, dove recita tuttora in serie televisive.
Classe 1974, Adnan Afravian non ha più recitato in seguito. Oggi fa il tabaccaio nel capoluogo del Khuzestan, la regione da cui proveniva anche Bashù. Qui una sua foto recente.










martedì 6 giugno 2017

A Cube of Sugar, Reza Mirkarimi (2011)




In una casa di campagna, i partecipatissimi preparativi per le nozze di Pasandide (Negar Javaherian) sono funestati dalla morte dello zio della sposa, che spira mentre sta cercando di inghiottire un cubetto di zucchero. Il clima diventa funebre, i tanti colori lasciano il posto al nero. Lo spettacolo deve proprio andare avanti?





Un film che osserva i riti collettivi della società iraniana. Risalta soprattutto per una messa in scena che organizza magistralmente i tanti attori (ben diretti, bambini compresi) spesso compresenti nelle inquadrature, sfruttando al meglio i movimenti di macchina e la profondità di campo. 
Le conseguenze del dramma si insinuano nella commedia in maniera sottile, forse anche troppo, rendendo il punto di vista critico non così semplice da cogliere: basta una zolletta a far vacillare equilibri sociali (più che familiari) forse non così solidi, la decisione della sposa di vestirsi a lutto indica che rompere con la tradizione è possibile, laddove lo si voglia. Daltronde è lei stessa a decidere, nel finale, di spegnere le luci dell'appartamento, mentre la centralina fa le bizze.




Opera di dettagli, poco esportabile: in Italia è passata solo al Lucania Film Festival. Il regista Reza Mirkarimi, che dimostra indubbio mestiere, ha scelto un percorso istituzionale diventando direttore del Fajr, il principale festival iraniano. La Javaherian, attrice prolifica, da noi si è vista in "Melbourne" di Nima Javidi.