martedì 31 gennaio 2017

I bambini del cielo, Majid Majidi (1997)

LA FELICITÀ IN UN PAIO DI SCARPE



Enzo Staiola piange ancora per le vie della capitale. L’eco si propaga, valica i confini italiani sino a giungere in Iran dove Amir Farrokh Hashemian è in ascolto. Dopo circa cinquant’anni da "Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica (1948), Majid Majidi realizza nel 1997 "I bambini del cielo". Paragonato da molti critici al capolavoro neorealista, il film di Majidi ritrae la classe meno agiata in punta di piedi, con ineguale raffinatezza. Nominato agli Oscar al miglior film straniero nel 1998, il lungometraggio di Majidi si compone di una trama semplice. Il piccolo Ali aiuta la mamma ammalata nelle faccende domestiche e la sostituisce nelle commissioni quotidiane. Porta da un calzolaio le scarpe rotte della sorellina Zahra per ripararle ma maldestramente le perde. Conscio della situazione economica difficile in cui versa la famiglia, Ali decide di non recare un’ulteriore preoccupazione ai genitori e non dice nulla. Zahra reclama le sue scarpette ricattando il fratello. È pronta a spifferarlo ai genitori se non fosse che, dopo un fitto scambio di messaggi in sordina, un tenero botta e risposta sul quaderno di scuola, si raggiunge il compromesso. Ali è disposto a scambiare quotidianamente le sue scarpe da ginnastica con la sorella. Ciò implica inevitabilmente lunghe corse mattutine per garantire che l’altro non vada a scuola scalzo. I bambini assorbono i problemi degli adulti, ne diventano la valvola di sfogo e nei loro pianti, catturati in magici primi piani che stritolano il cuore, è iscritta la sofferenza di un secolo. Le pressioni sociali ricadono sulla parte indifesa della società che, a differenza del maturo, acciuffa le piccole gioie che il giorno presenta. Gioie fatte, perlopiù, di piccole cose. Si manifesta quindi la felicità materialistica del bambino. Zahra si accontenta di avere le scarpe del fratello e sorride quando Ali le regala una penna tutta dorata. La gioia dell’adulto, invece, passa per le soddisfazioni arrecate dalla fatica e dal lavoro. Una gioia sudata ma degnamente guadagnata. Nella fantastica scena in cui padre e figlio decidono di scendere nell’erebo borghese se ne ha la prova. In bici, l’unica ricchezza della famiglia, i due cercano qualche lavoretto da giardiniere nelle ville delle classi agiate. Trovano un signore anziano disposto a pagarli. Mentre Ali si diverte giocando, il padre si rimbocca le maniche mentre una sofferta goccia di sudore solca il viso rugoso da mille battaglie e sogni infranti. Il volto, rigato dal dolore, accenna un timido sorriso mentre, tra le mani, stringe la sua paga.


In Majidi prende il sopravvento uno sguardo realista volto ad accentuare la miseria in cui vivono i protagonisti e, in generale, il popolo muto. Il regista s’insinua nelle mura domestiche, spia la povertà e ricalca il disagio “sciocco” vissuto da Zahra. Il non possedere un proprio paio di scarpe diventa un complesso d’inferiorità sottolineato efficacemente dalle numerose soggettive che indugiano sui piedi delle sue compagne di classe. Scarpe colorate, lucenti e nuove e, lei a morire d’invidia, e noi a provare un leggero sentimento di compassione misto a rabbia. Ma Ali sa che deve rimediare al suo errore e non può certo vedere la sorella andare a scuola con scarpe lacere ed inadatte al suo piccolo piede. Decide, quindi, di iscriversi ad una gara di corsa a premi dove, per il terzo classificato, sono previste delle scarpe nuove. Ma non tutto va come si vuole ed Ali arriva primo in una gara sofferta e palpitante. Tra fotografi entusiasti e un allenatore colmo di gioia, come se avesse vinto lui, il piccolo è un torrente di lacrime. Sconfitto dal senso di colpa e afflitto torna a casa portando con sé una triste notizia alla sorella. Il mondo lo ha voluto perdente, in una fantastica plongée che tira i resoconti di un fantastico racconto. Eppure non sa che il padre, tra i vicoli della città, ha comprato due nuove paia di scarpe. Una piccola vittoria che per Ali e Zahra vale tanto, così tanto da non poter essere mostrata al pubblico, onnivoro mostro che, perversamente, si ciba delle felicità altrui.


Alessandro Arpa 

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