giovedì 15 dicembre 2016

Lavagne, Samira Makhmalbaf (2000)

   
LA CULTURA CI SALVERÀ: SAMIRA MAKHMALBAF IN LAVAGNE (2000).

di Alessandro Arpa

Vi sono luoghi in cui vivere è un diritto riservato a pochi, dove si migra perennemente alla ricerca della propria casa con la speranza che non ci siano ospiti indesiderati o una raffica di colpi ad attentare la propria esistenza. Ambientato durante la “Guerra imposta” (La guerra Iran-Iraq), “Lavagne”, con un immancabile approccio etnografico, traccia, indirettamente, i resoconti di una guerra ingiusta indugiando su ciò che era ed ora è rovina e, fornendo, un limpido ritratto dell’ostica situazione del confine tra Iran e Iraq. Il secondo lungometraggio di Samira Makhmalbaf, vincitore del premio della giuria al 53° Festival di Cannes, proprio come l’inizio di La mela (1998), differisce dal resto del film e trasuda realtà grazie ai movimenti di macchina a mano che introducono i veri protagonisti dell’opera: una milizia di insegnanti. Tra questi vi è Reeboir che, con una lavagna in spalla, erra tra le nude colline iraniane alla ricerca di studenti a cui insegnare a leggere e a scrivere. Eppure, si sa, l’insegnamento si riduce ad un sogno tramortito perché dove gli schioppi parlano, la cultura tace. E le scene iniziali testimoniano le numerose difficoltà: un aereo sorvola l’area percorsa dagli insegnanti che, utilizzando le lavagne come scudo, creano una sorta di bunker culturale alle minacce dei minus habens. Seppure banale, l’associazione dello stormo che gracchia come anticipazione all’imminente grandinata di proiettili è adeguata e riuscita [Figura 1/2]. Per evitare di essere intercettati dagli aerei di guerra, i maestri decidono di mimetizzarsi con la monocromia dei clivi spargendo della terra sull’ardesia [Figura 3]. Anche la cultura si militarizza.



Separatosi dal gruppo degli insegnanti, Reeboir continua la sua disperata peregrinazione. Ma il vagabondaggio sconsolato è rincuorato dall’incontro di una carovana. Ed ecco che nella narrazione s’intromette prepotentemente il racconto della diaspora umana. Un gruppo di civili è stato costretto ad abbandonare il proprio villaggio, distrutto dai bombardamenti. Il loro sogno è ritornare lì dove, ora, regna la pace perché, si sa, le macerie non stuzzicano l’appetito della Distruzione. Essa avanza, furtivamente, senza mai voltare le spalle. A guidare la fiumana alla sua sorgente è Reeboir, l’unico a conoscere il sentiero per arrivarci. Durante il periglioso viaggio, il maestro tenterà di insegnare le basi ai bambini ma la sopravvivenza renderà il tutto più complesso. L’educazione diventa quasi superflua ed un inutile peso. Infatti, un bambino cade fratturandosi la gamba e l’unico rimedio veloce per lenire il dolore consiste nel rompere la lavagna e usarla come sostegno [Figura 4/5]. 

 
Il gruppo, dopo aver affrontato le desertiche alture, giunge finalmente al confine dove lo attende il pericolo più grande: l’uomo. Dei soldati sorvegliano il territorio e sparano a vista. Superare il valico sembrerebbe impossibile. Un imprevisto passaggio di un gregge accende l’arguzia umana. Inginocchiati come delle pecore, i disperati tentano di eludere le guardie in un commovente inno alla vita.
Samira Makhmalbaf predilige, anche nel suo secondo lungometraggio, uno stampo documentaristico. La cinepresa segue la fatica dei corpi, scruta la sofferenza dei volti e, attraverso i campi lunghi, dipinge splendidamente il rapporto uomo-natura. L’occhio della macchina segue gli impervi fianchi della collina e la traversata degli uomini che, in alcune scene, ricordano l’inizio di “Aguirre, furore di Dio” (1972) di Herzog [Figura 6/7/8].








La drammaticità del racconto è smorzato dalla liaison amorosa tra Reeboir e Halaleh, una vedova con un bambino. La freschezza del piccolo concorre ad alleggerire la tragedia raccontata. Ma il tema principale su cui si fonda l’intero film è la speranza che risiede nella cultura. Istruirsi è una funzione sociale perché è l’unica via per migliorarsi e risollevare le sorti di un Paese sconfitto.
Anche in “11 Settembre 2001”, nel segmento –IRAN-, Samira Makhmalbaf ritorna su questo tema. Mentre la popolazione si adopera per costruire rifugi contro i bombardamenti, una maestra richiama a sé tutti i bambini. Rivolgendosi alla classe improvvisata, racconta l’attentato alle torri gemelle e come il mondo sia scosso dall’episodio. Per spiegare ai bambini, vissuti da sempre in una realtà rurale come quella del confine con l’Iraq, cosa fossero le torri, la maestra crea un paragone con un’alta ciminiera [Figura 9]. La ripresa dal basso della ciminiera e il ponte dall’indubbia stabilità, su cui vi sono la maestra e l’intera scolaresca, sono scelte registiche chiare che rimandano al pericolo imminente della guerra. La giovane insegnante, quindi, invita i bambini a rispettare un minuto di silenzio per tutte le vittime dell’attentato ma, non sapendo come portare il tempo, s’inventa un orologio stilizzato disegnato sulla lavagna [Figura 10]. A commentare l’atto terroristico sono i bambini, rappresentanti di due dottrine contrastanti. Da una parte c’è chi crede che il tragico episodio sia un castigo divino mentre, dall’altra parte, vi è una ragazza, che nella sua totale innocenza ritiene che non possa essere stato Dio a distruggere le torri proprio perché non possiede aerei. Il colpevole, quindi, è l’uomo, naufragato, l’ennesima volta, sulle sponde della crudeltà. 




 
 


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