domenica 16 ottobre 2016

Una rassegna al Cineforum del Circolo

Collaboro col Cineforum del Circolo dalla stagione 2008/2009. La mia prima rassegna, "Il velo sullo schermo", era sul cinema iraniano. Il quaderno che la accompagnava si apre con questa introduzione, intitolata "Viaggio nel cinema iraniano"












Ciò che vi dico stasera, in futuro apparirà ovvio: 
oggi i migliori film del mondo vengono realizzati in Iran.
Werner Herzog, 1995




Premiato nei principali festival internazionali, acclamato dalla critica, il cinema iraniano è stato per un decennio buono, a partire dalla fine degli anni ottanta, un punto di riferimento per cinefili e addetti ai lavori.

Si tratta di una cinematografia relativamente giovane, che nasce nel secondo dopoguerra e si sviluppa negli anni successi alternando momenti di fermento a periodi di stasi, fino alla svolta, per il cinema come per il Paese, dell'esperienza khomeinista, fenomeno storicamente inedito che coniuga rivoluzione e reazione.

Per quanto concerne la settima arte, una prima stretta repressiva portata dal nuovo regime ha durata breve. Come molti leader autoritari che l'hanno preceduto, non solo in Occidente, anche l'Ayatollah Supremo intuisce le enormi potenzialità del cinema quale strumento di propaganda politica.

Nella prima metà degli anni ottanta prosegue così la gavetta, spesso cominciata nel decennio precedente, di alcuni autori che saranno protagonisti dell'imminente Nouvelle Vague persiana.

Nei film realizzati in questo periodo troviamo in particolare due tematiche: la violenta repressione che veniva esercitata dalla Savak, la micidiale polizia politica dell'ultimo scià, Reza Pahlevi e la cosiddetta guerra imposta, quella seguìta all'invasione delle truppe irachene. Conflitto che in quel periodo sta decimando un'intera generazione: attualmente il sessanta percento della popolazione iraniana ha meno di trent'anni; spesso si tratta di ragazzi cui in tenera età è stato inculcato l'odio verso Saddam Hussein e i suoi seguaci.

Nella seconda metà del decennio alcuni giovani registi, come Mohsen Makhmalbaf, Abbas Kiarostami, Amir Naderi e altri autori un po' meno noti ma non per questo meno validi, raggiungono la piena maturità espressiva e realizzano una serie di opere apprezzate innanzi tutto in patria, dove però spesso incappano nelle maglie della censura, ma anche all'estero, dove il Nuovo Cinema Iraniano ottiene un sempre maggior seguito.

I cinefili occidentali apprezzano una cinematografia che appare erede del Neorealismo italiano, che coniuga una sublime poetica dei piccoli oggetti con acute riflessioni metacinematografiche, che racconta con arguzia e sensibilità esperienze di vita quotidiana che assumono un respiro universale, che consegna alla memoria indimenticabili volti di attori non professionisti, spesso bambini, protagonisti di vicende commoventi.

Negli anni '90, col governo del Partito Riformista del Presidente Khatami, la cinematografia nazionale riceve un nuovo impulso, fino alla definitiva consacrazione con la Palma d'oro assegnata al suo esponente più rappresentativo, Kiarostami, premiato nel 1997 per Il sapore della ciliegia e con il Leone d'oro ottenuto nel 2000 da Il cerchio del suo allievo Jafar Panahi, un giovane regista fortemente critico nei confronti del regime.
Come inevitabilmente accade, all'apogeo segue poi un relativo declino. Negli ultimi anni la critica e il pubblico internazionali hanno perso interesse verso il cinema iraniano. Ciò può essere spiegato con almeno due motivazioni: la tendenza alla ripetizione - di maniera - di alcuni stilemi e contenuti, riscontrabile ad esempio nella produzione della famiglia Makhmalbaf (hanno realizzato film, in qualità di registe, sia la moglie sia le due giovanissime figlie di Mohsen, queste ultime raccogliendo un'enorme messe di premi in festival di vario prestigio) e la nuova politica censoria del Presidente conservatore Ahmadinejad.
Se da un lato il livello medio dei film iraniani sembrerebbe essere effettivamente calato, è però vero che alcuni giovani autori, come lo stesso Panahi o un altro allievo di Kiarostami, il curdo Ghobadi, hanno acquisito maturità e autonomia. I loro ultimi, splendidi film sono inediti in Italia, ma avrebbero senz'altro meritato una distribuzione.


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