martedì 25 aprile 2017

Libro: Il grande Iran, di Giuseppe Acconcia (2016)

Oscillante tra ricostruzione storica del 900 (e fino ai giorni nostri), descrizione dell'assetto istituzionale come emerso dalla Rivoluzione del '79, diario di un testimone oculare di momenti chiave degli ultimi anni, "Il grande Iran" di Giuseppe Acconcia soddisfa i palati più vari. Magari scontenta chi è alla ricerca di un taglio omogeneo e più sviluppato (un manualetto di Storia, per esempio); di certo sorprende – in positivo – chi si occupa di cultura, come il nostro piccolo blog. Selezionando le esperienze artistiche più politiche, o che comunque hanno inciso o significato qualcosa nella società iraniana, Acconcia guarda autori noti da una prospettiva inedita, ma soprattutto svela realtà e artisti sconosciuti. Con il cinema a fare la parte del leone.





Il capitolo sulla società civile si apre con la descrizione di "Marmoulak" ("The Lizard") e delle sue vicissitudini censorie. Un perfetto esempio dello scollamento tra autorità e popolo.
Guardando poi, retrospettivamente, al ruolo degli intellettuali, l'autore individua influenze, in parte inaspettate, dei comunisti e della "corrente innovatrice maoista" su quelli che definisce il secondo e terzo filone del primo cinema iraniano. Riferimenti poco precisi ma che lasciano la voglia di approfondire.
Parlando invece del cinema post-rivoluzionario, Acconcia fa bene a ricordare il ruolo, oggi dimenticato, del giovane Mohsen Makhmalbaf ideologo della cultura del neonato regime: uno dei più grandi registi non è stato solo, successivamente, l'alfiere del cinema più florido (descritto anche nel volume) sbocciato col riformista Khatami, o il portavoce internazionale del movimento "verde" contro Ahmadinejad...

Una chicca l'incontro con Bahram Beizai. Il regista di "Bashù il piccolo straniero", non-esule per scelta, rivendica la purezza del cinema rispetto ad altri ambiti della società, ma al contempo ne denuncia l'impotenza, e sottolinea il rischio dell'auto schedatura per gli artisti politici. Della "lunga conversazione" intrattenuta con lui avremmo voluto sapere di più, ma comprendiamo l'esigenza di parlare anche d'altro.


Bashù, il piccolo straniero, di Bahram Beizai


Per il regista più conosciuto, Abbas Kiarostami, Acconcia fa scelte spiazzanti. Perché parlare dei rari "Caso 1, Caso 2" e "L'esperienza" e al contempo di uno dei film più celebri, "Dov'è la casa del mio amico", escludendo gli altri lavori? Il filtro sociale, attraverso cui il libro guarda la cultura, è una parziale spiegazione; ma c'è il rischio di piegare l'arte a esigenze che travalicano le volontà degli autori. Come nel caso di un apolitico per eccellenza, Amir Naderi, il cui film giapponese "Cut" viene erto a emblema della situazione dei cineclub di Teheran (per altro in una sezione del volume tra le più interessanti).

Inevitabili gli accenni alla piaga della repressione, dal noto caso di Jafar Panahi, all'arresto dell'attrice Golshifteh Farahani e al bando della sua collega Sadaf Taherian, dalla condanna del filmaker attivista Mohammad Nourizad a quella recente e atroce del giovane Keywan Karimi. In questo difficile contesto, si muove il cinema di denuncia della condizione femminile realizzato dalle donne medesime. Storica portavoce è Tamineh Milani; un nome meno celebre è quello Manijeh Hekmat. Trovare una sua testimonianza nel libro invoglia a scoprirne l'arte. 

I consigli, infine, di un critico locale (senza riportare tutti i citati, segniamoci il nome del regista Reza Mirkarimi) fanno de "Il grande Iran" un percorso con qualche inciampo (uno dei film consigliati è "The Shallow Yellow Sky" di Bahram Tavakoli... non "Shadow Yellow Sky" di Majid Tavakoli), ma all'interno di una piccola miniera.





















martedì 18 aprile 2017

Salaam Cinema, Mohsen Makhmalbaf (1995)

ALLE RADICI DEL CINEMA


Già nei titoli di testa "Salaam Cinema" di Mohsen Makhmalbaf mostra i suoi intenti. Un cameraman siede su una macchina in corsa e riprende una folla riunita attorno agli studi cinematografici dove, di lì a poco, si terranno dei provini per un nuovo film del regista iraniano [Immagine 1]. Realizzato nel 1995, "Salaam Cinema" è il manifesto ideologico di Makhmalbaf con cui, attraverso la pratica del casting, dichiara le sue posizioni riguardo il cinema. A provinare è il regista in persona accompagnato dalla sua troupe. Il primo tema trattato è quello della finzione cinematografica. Un ragazzo finge da giorni di essere cieco nel vano tentativo di (con)fondersi nel personaggio. Ma all’occhio sensibile del regista nulla passa inosservato e con una freddezza disumana scaccia via il giovane. La sua messinscena è già di per sé cinema quindi non ha bisogno di essere registrata. 


Immagine 1


Sono in tanti a tentare la sorte, chi spinto dalla curiosità e chi per gioco. Il cinema affascina il popolo, lo ammalia e lo inebetisce portandolo a compiere anche azioni irragionevoli. Basti pensare alla scena iniziale in cui, aperti i cancelli, si scatena un pandemonio. Per assicurarsi i primi posti nei provini, la folla avanza travolgendo tutto ciò che ha davanti, donne, bambini. Si contano addirittura i feriti. Il desiderio di essere faccia a faccia con Makhmalbaf rende gli uomini ignari del pericolo. Ai casting ci sono proprio tutti dal Paul Newman persiano ai cantanti improvvisati ma anche chi, dopo aver sperimentato la cinepresa, vorrebbe tornare a casa e dimenticare l’esperienza. Ed è proprio a questo punto del film che comincia un lungo discorso moralistico sulla figura attoriale. Makhmalbaf è fermamente convinto che una buona recitazione implichi disumanità e freddezza. L’attore ideale, perciò, è quello che, attraverso un processo disumanizzante, preferisce la finzione all’umanità. Viene stabilito una sorta di patto col diavolo la cui clausola principale prevede l’abbandono incondizionato e masochistico al suo padrone. Si avvera così la parabola del suicida, di chi inquina la propria anima ed è disposto a prostituirla per i sollazzi del pubblico. Chi accetta questo deve soccombere alla dittatura di Makhmalbaf. Svelata la sua natura da giudice intransigente e severo, il regista iraniano insiste sin da subito sul pianto. A tutti i ragazzi provinati viene chiesto di piangere in pochi secondi. Chi non riesce può anche andare via. Non vi è nessuna pietà. A contrastare le idee del regista però ci sono le parole di due ragazze secondo cui è possibile trovare un compromesso tra il continuare ad essere se stessi ed il recitare. Non è detto che tutto il cinema debba essere crudele. 

Salaam Cinema è un’opera preziosa per comprendere l’ideologia di Makhmalbaf e si pone come un compendio sulle percezioni che il pubblico ha del cinema. In più, contiene la testimonianza dell’attore Zaynalzadeh che rivela quale fu la sua preparazione per interpretare il protagonista de "Il ciclista" del 1987. Zaynalzadeh racconta di aver risposto ad un avviso su un giornale in cui vi era un annuncio di casting per un nuovo film di Mohsen Makhmalbaf [Immagine 2]. Provinato, fu ritenuto il migliore per il ruolo di Nasim, un povero rifugiato afgano. Pur di averlo nel suo film, Makhmalbaf lo attese per un mese, il tempo di guarigione previsto per la frattura alla gamba che si era procurato. In aggiunta, gli fu chiesto di dimagrire di 18 kg. Che il sacrificio e la dedizione di Zaynalzadeh siano d’esempio. Ma ne varrà la pena? Non vi è risposta.


Immagine 2
 

Immagine 3


Il lungometraggio di Makhmalbaf parla di cinema ma non vuole essere assolutamente un saggio teorico quanto un esperimento in fieri, un film che sveli i meccanismi che rendono possibile il cinema. Nell’incredulità generale, il filo che lega la realtà alla finzione è reciso e non resta che sorridere per il grande pubblico ed augurarli una lieta visione [Immagine 3].


Articolo di Alessandro Arpa
























martedì 11 aprile 2017

Quella volta di Kiarostami allo IED

Report pubblicato su Ondacinema il 30/03/2013.

Da Teheran a Milano. Incontro con Abbas Kiarostami




A Milano per un workshop allo Ied, il grande regista persiano ha parlato con il pubblico del suo film giapponese "Qualcuno da amare", a breve sui nostri schermi, e del suo metodo di lavoro. Sul palco con lui Piera Detassis e Silvio Soldini, presente in sala anche il direttore della fotografia Luca Bigazzi. Riportiamo pressoché integralmente l'intervento di Kiarostami

L'idea di questo film mi è venuta a diciassette o diciotto anni fa a Tokyo, dove ho visto una ragazza molto giovane vestita da sposa. Ho chiesto chi fosse, mi hanno risposto che era una prostituta. Intorno a lei tutti gli uomini, uomini d'affari, erano vestiti di nero, lei di bianco. Io sono anche un fotografo, non della società ma delle immagini che mi colpiscono. Se quel giorno avessi avuto la mia macchina fotografica, avrei catturato quella immagine e non avrei avuto l'esigenza di fare questo film. Così non è stato, e da allora ogni anno che sono tornato a Tokyo mi è venuta voglia di girarlo. Quando mi sono deciso, la legge che imponeva alle prostitute di vestirsi in un certo modo era stata abrogata: ora si trovano nei bar. vestite come ragazze normali.


Non so se capita anche a voi, ma c'è sempre una sequenza del film che amo particolarmente, e che vorrei realizzare. La sequenza che avevo in mente, in questo film non c'è. Il motivo - che non sapevo - è che in Giappone non esistono le piazze. Io avevo in mente uno spazio scenico di quel tipo, ma non ho trovato una piazza, né a Tokyo, né in un altro luogo in Giappone. (Qui c'è una studentessa giapponese che può confermare... grazie, avevo bisogno di altre conferme). Allora ho accantonato l'idea del film. Poi ho cambiato idea, e ho ripiegato su una colonna con un semicerchio. La sequenza che era il nucleo della mia idea - quella con la ragazza e la nonna - ho dovuto "spezzarla", anziché girare un piano-sequenza. Credo che sia stata la sequenza più difficile della mia vita, perché ho dovuto far sembrare che ci fosse movimento.

Pensavo di avere familiarità con la cultura di quel paese, non era così. Anche se con lo staff ho lavorato benissimo, è stata molto dura. C'è una signora, la signora [Teruyo, n.d.r.] Nogami, che ha fatto da assistente per più di cinquant'anni a [Akira, n.d.r] Kurosawa. Un giorno mi ha chiesto: "Come stai?" Ho risposto: "Non bene, ho problemi alle ginocchia perché ho dovuto girare alcune sequenze sdraiato". Ma c'era dell'altro, e infatti la signora mi ha detto: "Conosco la sensazione: Kurosawa, quando era in Russia per girare "Dersu Uzala", ogni notte piangeva per la nostalgia". "Beh, io per fortuna non piango ogni notte. Piango un giorno sì e un giorno no". Nonostante i giapponesi siano meravigliosi, pensavo bastasse togliersi le scarpe per entrare in casa per assimilare la loro cultura. Non è stato così.

Visto che non si trovano piazze, ho deciso di girare una sequenza in una cittadina a 400km di distanza, buia, vuota. Mi hanno mandato duecento comparse e mi hanno illuminato la parte che dovevo filmare. Il sindaco era un mio fan e mi è venuto incontro. Alle 9.30 le luci si sono spente. Abbiamo aspettato un po', perché pensavamo a un guasto ma, interpellato il sindaco, ci ha detto che quella era la legge. Avevamo lavorato solo per un’ora e mezza. Lo dico anche perché Luca [Bigazzi, n.d.r.] è qui. Un giornalista mi ha chiesto perché ho scelto l'Italia per due miei film ["Copia conforme" e un episodio del film collettivo "Tickets", n.d.r.]. L'ho fatto da un lato perché c'è somiglianza tra le nostre due culture. Dall'altro perché Il cinema va d'accordo con la legge. A Lucignano tutto il paese era a nostra disposizione. L'Italia è il paese del cinema, permette spazi molto più aperti. Dico agli studenti del cinema che se escono fuori dall'Italia avranno grossi problemi.

Immagine da Qualcuno da amare


Non so se avete letto quanto riportato da diversi giornali, ovvero che io farò un film in Sicilia con protagonista Robert De Niro. Ecco, io non ne so niente.



Non è vero che io non usi la sceneggiatura, io le uso, e sono molto strutturate. Solo che non le do agli attori, nessuno di loro ha una sceneggiatura in mano. Questo non vuol dire che le mie sceneggiature siano definitive, le rivedo nel corso del film. A volte gli attori mi portano in situazioni che non avevo previsto, e io elimino pagine intere di sceneggiatura e ne aggiungo altre, facendole tradurre se necessario. Perché non le faccio leggere? Perché è meglio non sapere cosa succede domani, certe volte. I non professionisti hanno una grande fiducia in me e non serve che sappiano cosa dovranno fare, come noi non sappiamo cosa succederà domani.




Ho scelto l'attore principale tra le comparse. Prima ho pensato ad alcuni professionisti che avevano lavorato con Kurosawa e ad altri attori famosi, ma mi sembravano overact, troppo presenti. Uno di loro, il signor [Tatsuya n.d.r.] Nakadai mi ha detto: Sono cinquant'anni che recito davanti alla macchina da presa, come puoi chiedermi di essere naturale, di smettere di recitare? Gli ho chiesto di mettere una mdp davanti a sé e di essere se stesso, di registrarsi, e di dirmi poi se ci riusciva. Mi ha risposto che ci provava ogni giorno e che faceva vedere le riprese alla signora Nogami. Alla fine la signora gli ha detto di smettere, perché si stava ammalando a furia di non riuscire a essere naturale. A quel punto ho trovato il protagonista tra le comparse, è un signore di 84 anni; ma non gli ho detto che era il protagonista. Mi ha detto: "sono cinquant’anni che faccio la comparsa e non ho mai detto una parola". "Comincia adesso, si tratta solo di poche battute", gli ho risposto. Eravamo quasi a metà del film quando si è accorto che il ruolo era un po' più importante.


Dunque il regista deve sempre ingannare? Non mi sento di dare una sentenza così dura, diciamo che se inganno il mio attore non mi sento in colpa. Nella vita, se qualcuno mi inganna, ma questo inganno non mi danneggia, io sono ben contento. Qualche volta abbiamo bisogno di essere ingannati per cambiare qualcosa nella nostra vita. Per Bernardo Bertolucci il regista è un serial killer? Per me ha in mano un bisturi, che gli serve per tagliare, non per uccidere. Taglia per dare la vita, non per toglierla.


Tornando all'attore protagonista, è un personaggio che mi ha incredibilmente influenzato al di fuori del film che abbiamo realizzato. Penso che quando non ci sarà più non ci sarà nessuno come lui, una persona responsabile, eticamente rigorosa. Mi dispiace che non avete visto il film, io non vedo l'ora di vedere il film in italiano perché mi piace la lingua italiana e non vedo l'ora di vedere queste persone parlare in italiano.


Fino a poco fa non mi piaceva il doppiaggio, ma adesso mi piace. Quando leggete i sottotitoli non riuscite a vedere lo sguardo dell'attore. Perché io guardo agli occhi delle persone quando voglio "ascoltarle", capire quello che hanno dentro, e se leggo i sottotitoli non posso farlo. I cinefili non amano il doppiaggio perché amano sentire la voce originale. Ma ditemi, nel cinema cosa c'è di originale? Cambiamo i nomi, cambiamo le professioni, le case, cambiamo la loro vita, cambiamo i loro amanti. Tutto è finzione. Cambiamo i loro vestiti. Non c'è nulla di originale nel cinema, è tutto ricostruito. All'inizio non ero favorevole al doppiaggio, ma man mano che passano gli anni ho capito che il doppiaggio ci aiuta a capire, ad avvicinarci al film. Ovviamente, chi ama l'audio originale può rivedere il film in lingua originale. Ma proprio adesso, in questo momento, noi non viviamo un rapporto originale: posso chiedere alla traduttrice di smettere di tradurre e vediamo quanto va avanti il nostro rapporto. Il doppiaggio è brutto, ma dobbiamo abituarci al compromesso. Leggere un libro in un film, non va bene; non andiamo a leggere un film, andiamo a vedere il cinema.


Come faccio a lavorare con attori che non parlano la mia lingua? Questa è un'eccellente domanda. Se tu [Silvio Soldini] non avessi fatto quell'esperienza ["Brucio nel vento", recitato all'80% in ungherese], non potresti capire. Io ho avuto un'altra esperienza in Italia... Sapete, il lavoro del cinema è un lavoro collettivo, purtroppo. Siamo abituati a sentire una voce e vedere un immagine, quando guardiamo un attore. La nostra esperienza ci ha fatto capire che in questo lavoro di gruppo, possiamo lasciare una parte del lavoro a qualcun altro, come sto facendo io adesso. Sicuramente avendo fatto questa esperienza sai che quando un attore dice qualcosa non parla solo con le parole, parla anche con tutto il viso, con il suo sguardo. E io, siccome so quello che deve dire, mi accorgo quando quello che dice non corrisponde a quello che esattamente io voglio. Perché dalla mimica, e soprattutto dallo sguardo, dagli occhi, riesco a capire se veramente sta trasmettendo quello che io avevo chiesto di trasmettere. A questo punto io lascio questa parte del lavoro all'interprete, mi fido, e mi concentro sull'immagine, cerco di contribuire a quello che l'attore deve esprimere con l'immagine e lavorando sull'espressione. Se io non avessi avuto totale fiducia nel mio interprete, non avrei mai fatto questa esperienza. Quando vedrete il film, cercate di capire se quello che l'attore dice corrisponde a quanto esprime la sua espressione.


Di solito la prima ripresa è quella che preferisco, se gli attori si esprimono in maniera naturale. Mediamente ne giro due o tre, solo le scene più importanti ne richiedono di più.

Perché ho scelto il cinema come mezzo di espressione? Non lo so; io volevo diventare un pittore...

Spero che tutti voi andrete a vedere il film, quando uscirà. Il film precedente, "Copia conforme", ha avuto meno spettatori dei presenti in questa sala. Conto su di voi.

giovedì 6 aprile 2017

Tehroun, Nader T. Homayoun (2009)

Pubblicato su Ondacinema il 21/09/2009







La causa è probabilmente la più prevedibile: una censura ormai soffocante. Fatto sta che ormai gran parte dei nuovi autori della sempre prolifica cinematografia persiana cresce artisticamente all'estero, contribuendo alla gigantesca fuga di cervelli che contraddistingue i settori di punta della cultura - e dell'economia - del suo Paese d'origine.

Nomi relativamente poco noti, poiché quella stessa cinematografia suscita meno interesse che in passato. Tuttavia, autori che, con le loro prime opere, ne lasciano intravvedere un futuro florido.

Babak Payami, Rafi Pitts, Babak Jalali, fresco debuttante a Locarno col più che interessante "Frontier Blues", per citarne alcuni; la videoartista Shirin Neshat e la graphic novelist Marjane Satrapi, prestate occasionalmente alla settima arte, tutta gente che ha studiato e che lavora negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o in Francia. E' quest'ultima nazione a ospitare Nader T. Homayoun, tendendone a battesimo l'esordio nel lungometraggio di fiction.




"Tehroun" è innanzi tutto un solidissimo film di genere, un potente noir claustrofobico, una coinvolgente immersione nei bassifondi della metropoli, splendidamente fotografata in notturna. Un racconto dai ritmi serrati, teso e denso dall'inizio alla fine, che non annoia un solo istante e che sorprende per la padronanza del mezzo e la disinvoltura di un linguaggio facilmente decodificabile (da critica e pubblico occidentali) palesati dal giovane cineasta. Soprattutto per una narrazione che spiazza di continuo, con ribaltamenti e colpi di scena che disorientano e appassionano.

Se però la fluidità e la forza dell'opera segnano il primo impatto di "Tehroun" sullo spettatore, un secondo livello di lettura s'impone, specie per chi ha una minima conoscenza della società persiana, sin dalla prima sequenza, insinuandosi per tutto lo svolgimento di un film sempre in bilico tra intelligente passatempo e spietata radiografia politica.

Homayoun infatti demolisce la società che raffigura sin dalle fondamenta, cominciando dall'istituto della carità, cioè da uno dei cinque pilastri - probabilmente il più attaccabile, per sperare in una svista dei censori - di quella che è la religione di stato. Uno dei principi chiave, per estensione, della Repubblica islamica, colpito frontalmente poiché a servirsene è un impostore, che per tali scopi approfitta dell'innocenza di un neonato e che finirà (per contrappasso) per averne assoluta necessità. Ma anche i donatori sono avvolti dai dubbi, da un costante scetticismo, spesso vi adempiono per abitudine e svogliato senso del dovere, altre volte rifiutano di farlo. La critica si allarga all'avidità dei ricchi e arriva all'insensibilità affarista della finanza islamica, in una sequenza che si chiude significativamente con una fugace inquadratura sfocata del ritratto dell'imam Khomeini.




Non sono i bersagli più facili ad essere colpiti, dunque. Se è vero che ci è mostrato come una prostituta possa facilmente essere scambiata per una studentessa, non è certo il tema della condizione femminile a risultare prevalente; né la mancanza di libertà di espressione appare prioritaria, in una realtà stritolata da impellenti necessità materiali e insormontabili difficoltà relazionali. Cruciali risultano invece il problema dell'occupazione giovanile, così carente, precaria, sottopagata, sul filo dell'illegalità, al pari della delinquenza dilagante e della crisi dell'istituto del matrimonio: questione evidenziata in maniera drammatica per tutto il film, ma con ironia in almeno una sequenza, laddove una cerimonia nuziale è interrotta dalla telefonata di un lenone.

Il dedalo di avventure susseguitesi nell'arco di tutta l'opera sembra sciogliersi in un lieto fine, che lo spettatore si accinge a godere in maniera rilassata. Ma regista e sceneggiatore, pare dopo aver riflettuto parecchio su quale fosse la conclusione più efficace, optano per la tragedia, unica prospettiva di un Paese in cui, allo stato attuale, qualsiasi ottimismo è fuori luogo. L'ultimo colpo di teatro è mostrato in un piano-sequenza, in campo medio, con il fulcro dell'azione decentrato.

Sullo sfondo, ancora una volta l'immagine del grande padre della patria, l'ayatollah Ruhollah Khomeini.

domenica 2 aprile 2017

I film iraniani più visti

Se per caso vi siete chiesti quali film iraniani siano stati maggiormente visti, sappiate che è praticamente impossibile pervenire a una risposta che non sia parziale. Per quanto concerne gli incassi in sala, escluse altre modalità di visione come dvd o blu-ray, tv, download e streaming più o meno legali - una fonte dunque decisamente limitata, ma comunque un punto di partenza -, per il botteghino, dicevamo, ci aiuta il database LUMIERE dell’European Audiovisual Observatory. Cliccando sul titolo del film è anche possibile sapere dove è stato distribuito e quanto ha incassato nel singolo paese.

Due o tre cose ancora da aggiungere. La rilevazione riguarda principalmente il mercato europeo (per una visione più centrata sugli Usa c'è Mojo, in cui però va cercato un film alla volta) ed è escluso il premio Oscar "Il cliente", troppo recente perché siano disponibili dati consolidati. Infine i dati partono dal 1996, per cui qualche classico risulta penalizzato. Fatte queste precisazioni, dopo aver selezionato ‘Iran (Islamic Republic of)’ nel filtro ‘Paese produttore o coproduttore`, estrapoliamo la graduatoria e gli incassi annessi, e riportiamo la top-15 con i titoli italiani (laddove disponibili), senza aggiungere commenti.






1. Una separazione, Asghar Farhadi (2011) eur 1.538.000
2. Viaggio a Kandahar, Mohsen Makhmalbaf (2001) eur 1.420.203
3. Taxi Teheran, Jafar Panahi (2015) eur 1.110.438
4. Il cerchio, Jafar Panahi (2000) eur 572.049
5. Il sapore della ciliegia, Abbas Kiarostami (1997) eur 405.091
6. I gatti persiani, Bahman Ghobadi (2009) eur 355.719
7. Il vento ci porterà via, Abbas Kiarostami (1999) eur 284.427
8. Lavagne, Samira Makhmalbaf (2000) eur 230.481
9. Alle cinque della sera, Samira Makhmalbaf (2003) eur 211.918
11. About Elly, Asghar Farhadi (2009) eur 180.585
13. Turtles Can Fly, Bahman Ghobadi (2004) eur 176.200
14. The Colour of Paradise, Majid Majidi (1999) eur 170.294
15. Dieci, Abbas Kiarostami (2002) eur 157.558

martedì 28 marzo 2017

The Hunter - Il cacciatore, di Rafi Pitts (2010)






Tra gli autori della diaspora iraniana più apprezzati in Occidente, sovente bene accolto al festival di Berlino, debutta nelle sale italiane il talentuoso ma al contempo furbetto Rafi Pitts - quarantaquattrenne con alle spalle un infanzia tra Mashhad e Teheran e l'approdo nella paterna Gran Bretagna agli albori della Guerra Iran-Iraq - giunto al quarto lungometraggio e al convincente esordio - di fatto - in qualità di attore, dopo che il prescelto per il ruolo di protagonista è risultato non all'altezza della parte.






Sensibilmente diverso dal precedente, tipicamente iraniano "It's Winter", "The Hunter" conferma l'impressione di un cineasta molto attento ad accodarsi alle tendenze espresse dalla cinematografia nazionale, a partire dalla scelta dell'ambientazione. Se infatti il suo amico Jafar Panahi (in solidarietà del quale Pitts ha scritto a inizio anno una lettera aperta ad Ahmadinejad) si è posto alla guida del prepotente ritorno dei cineasti persiani nel cuore della metropoli, Rafi Pitts sceglie di collocare la prima parte del suo nuovo lavoro nel bel mezzo delle trafficate strade di Teheran, in corrispondenza (temporale) con il momento più caldo della storia recente del paese: le ultime elezioni presidenziali.




Ma mentre il sottofondo di una radio accesa che trasmette ventiquattro ore su ventiquattro programmi di propaganda è l'efficace accompagnamento per le vicissitudini del disturbato protagonista del film, ex galeotto (non conosciamo il suo crimine) costretto a lavorare di notte, con la passione della caccia e il rammarico di poter frequentare poco la famiglia (ci sono anche forti dubbi sulla possibilità che la figlia non sia realmente sua), il dramma che gli cambierà definitivamente la vita minando alle fondamenta il suo equilibrio precario appare davvero pretestuoso e scarsamente credibile (nonostante la cronaca abbia riportato qualche caso analogo).




La vicenda, che preferiamo non rivelare, innesca una seconda parte della pellicola che pare un film a sé stante, nonché molto meno risolto, allorché con le sequenze nella foresta (impossibile via di fuga dalle maglie degli apparati repressivi) vengono meno il mordente politico e la tenuta drammatica, mentre il calcolo la fa da padrone: quasi il sintomo che il cinema iraniano debba oggi restare tra le contraddizioni della città per risultare efficace.


Il gioco delle coincidenze imbastito dall'autore ambisce forse a celebrare il trionfo assoluto del caso, ma è altresì interpretabile come l'affresco di un paese in cui la situazione è talmente ingarbugliata da risultare inestricabile. Tuttavia, se il protagonista racchiude in sé ogni possibile ambiguità, la distinzione tra la sensibilità del militare di leva e il fanatismo del soldato di professione è schematica, mentre il ribaltamento tra preda e cacciatore è quanto di più visto e stravisto nel cinema di ogni luogo ed epoca.

Dedicato a Bozorg Alavi, scrittore comunista; esule come Pitts, anche se costretto dal precedente regime.









Pubblicato su Ondacinema il 23/06/2011

giovedì 23 marzo 2017

Copia conforme, Abbas Kiarostami (2010)

Abbandoniamo eccezionalmente i confini dell’Iran per ripercorrere la più celebre trasferta kiarostamiana. Articolo pubblicato su Ondacinema il 22/05/2010







Erano molte le incognite intorno alla nuova opera di Kiarostami. Innanzi tutto il regista, che ha di recente dichiarato di voler continuare a lavorare in Iran onde evitare la perdita dell'ispirazione, completa un film all'estero. Per la prima volta, come hanno scritto tutti: ma solo se ci si riferisce ai lungometraggi di fiction, altrimenti bisogna aggiungere il documentario "ABC Africa", o l'episodio del film collettivo "Tickets". Regista che inoltre a suo tempo disse, dopo un'esperienza insoddisfacente con uno dei protagonisti di "Sotto gli ulivi", di non desiderare più attori professionisti nei cast. E che opta per una star internazionale come Juliette Binoche, dopo aver fatto "sfilare" le attrici più note del suo Paese più la stessa Binoche in "Shirin". Dopo il mancato Leone d'Oro a "Il vento ci porterà via", sostenne poi di non voler più presentare i suoi film in concorso nei festival. All'ultimo, pare come ripiego, "Copia conforme" è invece in corsa per la Palma d'Oro alla Croisette. Ma la smentita era già arrivata con il film successivo, "Dieci", che partecipò alla medesima competizione. Peculiarità di un autore la cui opera, al pari delle sue esternazioni, ha la sua forza in una commistione unica e inimitabile di coerenza e contraddizione.

Ma i dubbi vertevano anche sul ritorno del regista al cinema narrativo, dopo le recenti (inedite da noi) prolungate sperimentazioni. Sul confronto con più culture straniere, le origini francese e inglese dei protagonisti - una piccola gallerista e un saggista e romanziere (il baritono William Shimell) - e italiana dei personaggi di contorno: tutto a convergere in un'ambientazione rurale toscana. Sull'estrazione sociale dei personaggi principali, così diversi dai precedenti eroi kiarostamiani, grandi e piccini. Sulle convinzioni e sulle difficoltà produttive con cui è portato a compimento un lavoro abbandonato e un anno dopo riesumato: è ipotizzabile la non compresenza degli attori e il ricorso alle controfigure in alcuni insistiti campo/controcampo, come quello nel locale con la gestrice che sussurra qualcosa nell'orecchio della gallerista, mentre inizialmente non si era ben capito cosa avesse fatto (ma questo è parte dello stile dell'autore) o quello della donna con suo figlio, con lei che si allontana, sfocata, in campo lungo.

Per finire coi temi. Il film comincia con una tipica riflessione kiarostamiana su realtà e finzione, la quale, pur permanendo in corso d'opera e influenzando a mo' di basso continuo lo svolgimento successivo, lascia il posto a un complicato e surreale dibattito sulle età del rapporto di coppia: l'incontro e la seduzione, la cerimonia del matrimonio, la vita coniugale, la crescita dei figli, la crisi, la convivenza durante la vecchiaia. Un gioco delle parti e degli specchi, ricchissimo di rimandi e impossibile da cogliere nella sua complessità in un'unica visione e da raccontare in poche righe, interpretato dalla gallerista e dallo scrittore e dai personaggi che incontrano nella loro gita a Lucignano. E un argomento che il regista aveva affrontato una sola volta, nel lontano 1977, nel riuscito e semi-sconosciuto secondo lungometraggio, "Il rapporto", che ancora oggi appare come un corpo estraneo nella sua filmografia.





Se il suo predecessore, mosso dall'autobiografia, era spontaneo e sentito, "Copia conforme" appare invece costruito a tavolino, di maniera, esageratamente intellettualistico. Kiarostami attinge a piene mani dal suo repertorio fatto di fuori campo, effetti di straniamento qui un po' meccanici (il risaputo squillare del telefonino), iterazioni protratte (nella sequenza al ristorante tira davvero la corda, con lo spettatore). Nei suoi capolavori la filosofia sgorgava dalla quotidianità, la riflessione profonda da assunti del tutto semplici, l'incedere quasi estenuante era accompagnato da una straordinaria levità di fondo. Quella di un Eric Rohmer, oggi spesso citato. I punti di convergenza con il maestro della Nouvelle Vague ci sono sempre stati, se non altro per la capacità di entrambi (Kiarostami cura anche la sceneggiatura, oltre che il montaggio) di fare dei dialoghi il vero motore drammaturgico delle loro opere. Le differenze risiedevano nei soggetti dei film e nel ceto, nell'origine, nell'età anagrafica del protagonisti.




Alle prese con il suo film europeo e borghese, Kiarostami realizza però un macchinoso surrogato del suo cinema, non privo di bei momenti (la sequenza caleidoscopica in cui lo scrittore è refrattario nel fare una fotografia agli sposini), che talvolta sfocia in una soap opera dell'incomunicabilità da teatro beckettiano, eccessivamente caricata dalla recitazione professionale degli attori (Shimell qui debutta nel cinema, ma è abituato a stare sul palcoscenico) e appesantita da un'impostazione cerebrale sostanzialmente irrisolta e solo in parte giustificata dalle sovrastrutture mentali tipiche di personaggi acculturati. Un film indubbiamente intelligente ma mai geniale, con un'ombra inedita e preoccupante di cinefilia (la presenza di Jean-Claude Carrière).




Un ultimo interrogativo, allargando il discorso, è se l'iraniano, al pari dei suoi colleghi in voga negli anni novanta e oggi in evidente declino (i Kitano, i Kusturica ecc.), possa annoverarsi tra i grandi cineasti di sempre. Chi scrive continua a considerarlo il maggiore artista vivente e, di fronte a una produzione recente autoreferenziale che poco convince (salvo un unico capolavoro: il documentario "Roads of Kiarostami"), per il momento sospende il giudizio.