domenica 22 aprile 2018

Ingredienti per un film iraniano formato export


Nove ingredienti per un film iraniano da festival o da corsa agli Oscar (anche se poi arriva Asghar Farhadi e smentisce tutti):

- presenza della troupe all'interno del film
- miseria, sfortuna, povertà
- ricerca spasmodica di un paio di scarpe, una mela, una pera, un pesce
- sfruttamento di donne e bambini
- suicidio dovuto ad afasia e noia
- attori non professionisti
- natura selvaggia in villaggi e campagne
- avere il film censurato
- terremoti, alluvioni, peste, talebani

Vignetta parodistica a opera di Mahmoud M. 

Quello con la bacchetta non sembra proprio Abbas Kiarostami?

mercoledì 18 aprile 2018

Modest Reception, Mani Haghighi (2012)



Mani Haghighi, nipote del decano della Persia cinematografica Ebrahim Golestan, è un habitué del festival di Berlino. E, dato che parliamo della passerella che ha ospitato spesso l'opera di Jafar Panahi e ha fatto da trampolino alla straordinaria carriera di Asghar Farhadi, è possibile che Haghighi, per altro collaboratore di Farhadi di vecchia data (per esempio attore in "About Elly", dove ha messo a repentaglio le facoltà uditive di Golshifteh Farahani), diventi il prossimo nome di spicco del cinema iraniano a livello mondiale. Possibile, ma non così probabile: le strizzate d'occhio al film di genere americano potrebbero generare una curiosità più limitata, nonostante una personalità autoriale fuori discussione.

Non posso però sbilanciarmi troppo: prima di "Modest Reception" (Paziraie sadeh) avevo visto il solo "A Dragon Arrives!", opera misteriosa e davvero suggestiva, che ha avuto anche una fugacissima distribuzione italiana. Prima o poi dovrò recensirla. Anche l'ultimo "The Pig" è stato accolto molti bene alla Berlinale. "Modest Reception" narra di una coppia (lo stesso Haghighi e l'altra attrice farhadiana Taraneh Alidoosti, meno dolce del solito), che si aggira in auto per montagne innevate, carica di sacchi pieni di banconote, che elargisce senza motivo a persone bisognose, in cambio di richieste bizzarre, filmando i fortunati/malcapitati con un Iphone.

Questo strano road movie ha tutte le peculiarità e i limiti del film che punta sull'originalità del soggetto. Sfida lo spettatore a interrogarsi sull'identità dei protagonisti e sui motivi delle loro gesta. Dicono di essere fratelli, poi sposi, saranno davvero in una di queste relazioni? Lei ha sul serio commesso dei crimini? A tratti si potrebbe pensare che facciano beneficenza disinteressata, ma presto emerge un certo sadismo, specie in lui. E gli interlocutori, più che rapportarsi all'evento di una fortuna piovuta dal celo, devono dimostrare se, per soldi, sono disposti a commettere atti empi, blasfemi, umilianti.

Un cinema come questo può irritare per l'intento apertamente teorico e provocatorio, ma di sicuro smuove l'interesse di chi è propenso a porsi domande e non si accontenta di storie ampiamente risapute.

venerdì 30 marzo 2018

Libro: Abbas Kiarostami - Le forme dell'immagine, di Elio Ugenti (2018). Intervista all'autore

È appena uscito, per Bulzoni Editore, “Abbas Kiarostami – Le forme dell'immagine”, sul grande maestro del cinema mondiale scomparso nel 2016. Il testo di Elio Ugenti, dottore di ricerca presso l'Università Roma Tre, si concentra soprattutto sull'intermedialità della sua arte e, per primo, analizza anche gli ultimissimi lavori del cineasta (e video artista, e fotografo ecc.). Accordando la preminenza al lato visivo, ma sondando anche aspetti narratologici. Un testo dal taglio accademico, che appaga anche i semplici appassionati svelando aspetti mai indagati, o non facili da decifrare.

Elio Ugenti ha concesso al blog questa intervista.

La prima domanda è d'obbligo, dato il tema del blog. Nel tuo libro sembra emergere un Abbas Kiarostami poco inquadrato nella cultura del suo paese di origine. Già in copertina compare il film realizzato in Giappone. Eppure negli anni 90 e dintorni il cinema iraniano sembrava una scuola, un movimento i cui artefici condividevano finalità simili. Hai voluto restituire la giusta universalità all’autore, o la tua scelta prende le mosse da altre considerazioni?


Sul piano metodologico, l’opera di un regista può essere studiata da numerose prospettive. Si può dare un taglio culturalista, per esempio, che tenga conto del contesto sociale e culturale in cui il regista si muove, oppure scegliere di focalizzare l’attenzione su aspetti differenti. Ad esempio il libro di Dario Cecchi “Abbas Kiarostami: immaginare la vita” si apre con un capitolo intitolato proprio “Come essere iraniano?”, riprendendo una celebre questione posta da Alain Bergala.

Io credo che Kiarostami, la cui ‘persianità’ (se così si può dire) indubbiamente emerge sotto molti aspetti e in numerosi film, sia da sempre molto vicino alle tendenze del cinema europeo. Racconta l’Iran in profondità, ma sempre guardando a modelli estetici che vengono dall'Europa, come il Neorealismo e le nouvelle vague. Credo, inoltre, che il modello di cinema tracciato da Kiarostami abbia avuto importanti ripercussioni sul piano internazionale, ma sia meno seguito dalle nuove generazioni di cineasti iraniani, per le quali ha più influenza Jafar Panahi, che – almeno da “Il cerchio” in poi – ha dettato le linee di un cinema fortemente politico che risulta maggiormente utile a indagare – e denunciare – la situazione socio-culturale iraniana di questi anni. Panahi, tra l’altro, ha iniziato la sua carriera collaborando con Kiarostami, che è autore delle sceneggiature de “Il palloncino bianco” e di “Oro rosso”.

Si può dire che Kiarostami ha praticato un cinema meno politico, o politico in modo diverso, se è vero per esempio che nei primi film, fino a “Dov’è la casa del mio amico”, denuncia il dispositivo scolastico e altri dispositivi di potere all’interno del suo Paese.


Il Kiarostami degli ultimi anni mi pare un artista letteralmente inafferrabile. Se da un lato molti lavori si trovano facilmente in rete, dall’altro occorre spostarsi per vedere, ad esempio, le videoinstallazioni. Inoltre l’unico spettacolo teatrale da lui realizzato, il tradizionale tazieh, non ha avuto repliche. E allo stesso modo la sua arte, che non è mai stata ‘commerciale’, si è fatta quasi ostica per lo spettatore comune. Sei d’accordo? E come spieghi tale direzione intrapresa?

Credo che tutto ciò nasca dalla sua volontà di testare le possibilità del suo cinema attraverso forme espressive differenti. Poter visionare le sue opere dei primi anni Duemila (quelle installate, per intenderci) è stato uno dei problemi con cui mi sono scontrato da subito. Ho visto tutti i lavori di cui parlo nel libro, tranne il tazieh, su cui infatti non mi sbilancio nell’analisi critica. Tuttavia non sempre ho potuto vederli nella versione installata, e questo fa la differenza per quel che riguarda il rapporto con lo spazio circostante.

Questo libro nasce da lontano. Ho iniziato a lavorare su Kiarostami a partire dalla mia tesi di laurea magistrale con l’intenzione di voler raccontare anche quella parte della sua produzione che risulta pressoché invisibile. Nel 2010 ho contattato Babak Karimi (montatore iraniano che insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia), che mi ha fornito il contatto (fondamentale) di Elisa Resegotti, co-curatrice della mostra “Roads of Kiarostami” insieme ad Alberto Barbera, con cui è iniziato da quel momento un bel rapporto di amicizia. Elisa ha messo a mia disposizione tutto il materiale che possedeva, e posso dire che senza di lei il mio lavoro non sarebbe stato possibile.
Gli ultimi film per la sala realizzati da Kiarostami ("Copia conforme" e "Qualcuno da amare") risentono, secondo me, dell’esperienza di Kiarostami come artista visivo. Devo ammettere che, se avessi conosciuto Kiarostami a partire dagli ultimi lavori per il cinema, forse non mi sarei innamorato del suo cinema così come è stato guardando i suoi film degli anni Novanta, ma andando ad approfondire e ad analizzare il suo percorso da artista visivo, ho rintracciato una grande coerenza espressiva che caratterizza anche l’ultima parte della sua carriera.
Quando diversi anni fa ho visto in anteprima "Qualcuno da amare" per recensirlo, ho capito meglio anche il senso di "Copia conforme". Questi due film costituiscono indiscutibilmente un dittico.
Per quanto riguarda gli ultimissimi lavori, invece, sono felice di aver potuto vedere “24 Frames”. Poco prima della chiusura del libro ho saputo che sarebbe stato proiettato a Firenze, quando ormai non speravo più di riuscire a vederlo per poterne scrivere. È stata una fortuna perché è un film che permette di concludere il discorso su quella “estetica della con-fusione” di cui parlo nel terzo capitolo. Questo film è una sorta di testamento artistico che mette tra loro a confronto linguaggi differenti, analogamente a quanto avveniva in “Roads of Kiarostami”, seppure attraverso differenti scelte formali.


Il vento ci porterà via (1999)


Sotto il tuo microscopio non passano, se non di sfuggita, due film importanti come “Close-Up” e “Sotto gli ulivi”, che sono i più apertamente metacinematografici. Il motivo è che questo aspetto è già stato ampiamente sviscerato, o c’è dell’altro?


Io ho cercato di isolare quelli che rappresentano, secondo me, dei momenti di svolta nella carriera di Kiarostami. Posto "Dov'è la casa del mio amico?" come il punto iniziale di questo percorso, il primo momento di svolta è per me "Il vento ci porterà via". Lungo questo asse, secondo me è un punto intermedio è rappresentato più da "E la vita continua" che da "Sotto gli ulivi", e da questo derivano le mie scelte di campo.

Ho escluso il tema del metacinema, così come il discorso sulla continuità all’interno della Trilogia di Koker*, perché mi portavano un po' fuori strada rispetto al percorso che avevo immaginato progettando questo libro. Inoltre sono stati ben affrontati, anche in Italia, nei lavori di Marco Dalla Gassa, Pietro Montani e Dario Cecchi. Mi interessava sondare una via di analisi differente, che ha escluso tra gli altri quei due film, di cui riconosco la grandezza e l'importanza. "Close-Up" rientra probabilmente fra i tre film di Kiarostami che più amo.



L’ultimo capitolo è un’intervista a Elisa Resegotti. Lei sostiene che Kiarostami sia stato, nell’ordine, regista, fotografo, videoartista, poeta. Condividi questa particolare graduatoria?

Io credo davvero, per quel che riguarda Kiarostami, nella “estetica della con-fusione” di cui parlo nel libro, riprendendo questa espressione da Raymond Bellour. Kiarostami è sempre stato fotografo, e la fotografia ha influenzato il suo cinema per il lavoro di composizione delle inquadrature, così come il cinema ha influenzato gli immaginari delle sue fotografie (non fosse altro che perché le location sono le stesse, come spiegato anche da Elisa Resegotti nell’intervista). Quando poi Kiarostami decide di approcciare la videoarte (o meglio direi il “cinema installato”), quest'ultima influenza la produzione cinematografica successiva. Io credo di poter considerare Kiarostami un artista intermediale, per cui stabilire una gerarchia è complicato.

Capsico comunque il discorso di Elisa: del resto il cinema ha sempre trainato la fama di Kiarostami e ha rappresentato, probabilmente, l’apice della sua espressione artistica.


È possibile secondo te individuare un erede di Kiarostami, o qualcuno che porti avanti un lavoro di ricerca analogo?

Faccio fatica a trovarlo. Come dicevo, si tratta di un autore influenzato dalle tendenze europee del cinema moderno, come lo intendono Jacques Aumont o Giorgio De Vincenti, e dunque è complesso comprendere quanto il suo segno abbia inciso su autori che seguono questo modello stilistico più di altri autori che rientrano nella famiglia della “modernità cinematografica”. In Iran, invece, come detto, credo che la sua linea sia stata poco seguita.


Infine, per curiosità, hai avuto modo di visionare gli spot pubblicitari che ha realizzato in gioventù, o sono ancora inaccessibili?

Gli spot no. Ho visto delle grafiche, dei manifesti pubblicitari. Sono riuscito a vederli perché degli studenti iraniani dell’Università Roma Tre li hanno trovati facendo ricerche su Google in lingua persiana e me li hanno mostrati. Non ci ho mai lavorato, ma a livello di composizione del quadro direi che ci sono delle corrispondenze significative con il resto dell'opera dell'autore.



Dimenticavo una domanda, anche se in parte hai già risposto. Nel libro non dai giudizi di valore. I film e le opere che hai scelto di analizzare sono gli stessi che ami di più, o ne indicheresti altri?
Il film che mi ha fatto innamorare del cinema di Kiarostami è stato “Il vento ci porterà via”, e credo che rimanga il mio preferito. Ero uno studente al primo o secondo anno di università, non conoscevo Kiarostami ma ero un grande appassionato di Werner Herzog.

Quando Herzog è venuto a Torino, alla Scuola Holden, per un workshop che ho avuto la fortuna di poter frequentare, qualcuno gli ha rivolto una domanda sul suo rapporto con la poesia. Lui, nel rispondere, ha detto a un certo punto: “Quello che per me è il più grande cineasta vivente, Abbas Kiarostami, è anche un grande poeta”. Mi sono detto, allora, che non potevo non conoscere colui che Herzog reputava il più grande cineasta vivente! Ho iniziato a colmare la lacuna guardando proprio “Il vento ci porterà via”, e sono rimasto letteralmente folgorato da questo film.

È per questo motivo che ho deciso di aprire il mio libro analizzando proprio la prima sequenza de “Il vento ci porterà via”, perché in fondo quelle sono le prime immagini di Kiarostami con le quali mi sono confrontato.



*La Trilogia di Koker comprende "Dov'è la casa del mio amico", "E la vita continua" e "Sotto gli ulivi"

giovedì 15 marzo 2018

Nuovo film di Asghar Farhadi, ultimi aggiornamenti

Non sarà un film iraniano, ma una coproduzione tra Spagna, Francia e Italia (Lucky Red). Poco importa: non vediamo l’ora di scoprire “Todos lo saben”, il nuovo film del bi-Oscar Asghar Farhadi, con Penelope Cruz, Javier Bardem e Ricardo Darin.

Il progetto è in dirittura d’arrivo. Le ultime notizie rivelano la data di uscita in Francia: 9 maggio 2018, guarda caso in pieno festival di Cannes, dove sono già stati presentati e premiati “Il passato” e “Il cliente”… Sarà in concorso?
Già annunciata anche l’uscita argentina. Nel paese di Darin il film verrà distribuito il prossimo 13 settembre. Per esperienza, pensiamo sia difficile che in Italia arrivi molto prima di questa data.

Prima dell’inizio delle riprese, avevano abbandonato la produzione i fratelli Pedro e Agustin Almodovar (El Deseo), lamentando incomprensioni col regista. L’ufficio stampa del film aveva fornito una versione diversa: il disaccordo era con la compagnia francese (Memento), in tema di budget.

Il cliente: da Cannes al secondo Oscar per Farhadi

 Fonti: Internet Movie Data Base, Iran Cinema News
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martedì 13 marzo 2018

Un'enciclopedia digitale del cinema iraniano

Gli organizzatori del Fajr International Film Festival lanceranno il nuovo sito Web “Cicinema, The Digital Encyclopedia on Iranian Cinema”, in concomitanza con l'inizio della 36a edizione del FIFF in aprile.

‘L'enciclopedia sul cinema iraniano andrà online su www.cicinema.com e www.irancinenews.com’, ha dichiarato il creatore del sito web Iraj Taghipour. ‘Il regista e sceneggiatore Reza Mirkarimi, da quando è direttore del festival, ha apportato una serie di novità in sede di politica culturale e programmazione. L'idea era di mettere in luce il ruolo fondamentale dell’evoluzione tecnologica nel cinema e nei media in Iran dall'inizio del XIX secolo fino ai giorni nostri. L'obiettivo finale era quello di pubblicizzare e commercializzare film iraniani per un pubblico più ampio a livello mondiale. Abbiamo compiuto i passi necessari a tal fine negli ultimi due festival. Ora pianifichiamo di completare la seconda fase del nostro nuovo progetto nel corso di questa edizione.’

 
Un film del direttore del Fajr R. Mirkarimi
 
‘Non ci sono molti archivi e risorse in lingua inglese sui film iraniani Ora si aggiungerà un'enciclopedia che è stata realizzata da ricercatori, giornalisti e esperti di tecnica cinematografica. Tra l’altro, non c'è nemmeno un'enciclopedia in lingua persiana sul cinema iraniano. Certo, ci sono alcuni siti Web e database privati, ma non sono completi e affidabili nelle informazioni sulla produzione e nell’analisi dei film, non vantano interviste e archivi digitalizzati con riflessioni tecniche e teoriche di critici e ricercatori cinematografici, non hanno un archivio altrettanto vasto.’

Taghipour ha proseguito affermando: ‘Lanceremo cicinema.com per colmare la lacuna. Abbiamo raccolto e archiviato informazioni su 4.000 film, che è circa il numero totale di film prodotti finora in Iran. Abbiamo anche raccolto e archiviato informazioni su 6.500 cortometraggi. Il sito Web ora ha un database completo con circa 10.500 film iraniani’

Inoltre l’artefice del progetto ha dichiarato: ‘Il problema più grande nel lancio del sito web è stata l'assenza di informazioni generali su determinati film, anche sotto forma di titoli di testa o di coda. La maggior parte di questi film mostrava in apertura solo un certificato rilasciato dal Ministero della Cultura, nient’altro. Non avevamo nessun altro posto dove andare per ottenere maggiori informazioni sui cast e sulle troupe. Questo anche per i film prodotti e distribuiti nella rete di home entertainment. Un altro problema era che questi film non erano registrati in nessun archivio. Non siamo riusciti a vederli da nessuna parte e questo ha reso il nostro lavoro molto più difficile.’

Il direttore di www.cicinema.com ha spiegato: ‘Ci è voluto un team di 70 ricercatori e tecnici per avviare il sito web. Abbiamo chiesto aiuto a molte organizzazioni, tra cui l'Iranian Cinema Organization, la Farabi Cinema Foundation, l'Iranian Youth Cinema Association, il Centro per lo sviluppo del cinema documentario e sperimentale, il National Film Archive, il direttore del FIFF Reza Mirkarimi e una miriade di altri soggetti privati.

Ogni film avrà informazioni suddivise in 17 categorie. Lo studioso Jamal Omid ci ha aiutato molto, ci ha lasciato consultare le sue serie di libri sul cinema iraniano. Abbiamo usato i suoi testi come riferimento per i film prodotti fino al 2009. Da quel momento, abbiamo utilizzato le nostre risorse. Tutti i film prodotti dal Kanun, l'Istituto per lo sviluppo intellettuale dei bambini e degli adolescenti, hanno palesato le stesse criticità. Avevano alcuni nomi nei credits, ma nessun'altra informazione.

Dobbiamo ancora raggiungere un accordo con l'IRIB. Hanno una vasta collezione di film nei loro esaustivi archivi. Hanno usato metodi moderni per archiviare. Il numero di film schedati, oltre a serie TV, documentari e simili è uguale al numero totale di film prodotti e archiviati a livello nazionale. Vogliamo firmare un accordo di cooperazione con loro perché hanno svolto un lavoro meraviglioso nel completamento del database.’

Secondo Taghipour, in una prima fase verrà solo lanciato online il sito con il database dei film, poi le biografie. Una seconda fase includerà i premi vinti nei festival internazionali. il sito web verrà testato la settimana prossima, con la speranza di andare online durante l'imminente Fajr.

‘Il sito conterrà anche la cronistoria del cinema iraniano’, ha dicharato, aggiungendo: ‘Si inizia dalla prima macchina fotografica acquistata dall'Iran nel 1897 e dalle prime immagini cinematografiche filmate tre anni dopo nel 1900, fino a molti altri importanti eventi e sviluppi.’

Il primo film iraniano Abi and Rabi

Taghipour ha ringraziato Reza Mirkarimi e gli organizzatori del Festival e ha detto: ‘Mirkarimi ci ha aiutato a completare il progetto in circa sette mesi. Altrimenti, ci sarebbero voluti sei anni per essere dove siamo ora. Dobbiamo questo successo alle sue eccellenti capacità di gestione e programmazione, nonché dedizione e supporto. La versione precedente del sito Web aveva una sola sezione di notizie in inglese. Questa era la principale fonte di riferimento per i nostri lettori anglofoni. Mirkarimi ci ha aiutato a migliorare e aggiornare il sito web. Ora tutte le notizie e i dati sul sito saranno in inglese. Presto saranno disponibili anche in persiano e in altre lingue.’

Taghipour ha anche espresso rammarico per il ritardo del cinema iraniano in termini di marketing e incassi internazionali: ‘l'Enciclopedia non è solo un modo per condividere i risultati degli studi sull'industria e sulla storia del cinema iraniano. Questo lavoro e altri potrebbero aiutare a sviluppare e commercializzare il cinema iraniano a livello globale. I film iraniani hanno vinto premi in festival internazionali ma hanno raccolto poco nei botteghini esteri. Uniremo il nostro popolare sito web in lingua inglese www.irancinenews.com con www.cicinema.com per espandere e raggiungere un pubblico globale più ampio. La concezione del database è un'opportunità unica per pensare all'attuale convergenza tra produzione cinematografica, marketing e screening

Per ulteriori informazioni, è possibile visitare il sito Web del festival all'indirizzo www.fajriff.com o inviare un email all'indirizzo info@fajriff.com.
La 36a edizione del Fajr International Film Festival si terrà a Teheran dal 19 al 27 aprile.

giovedì 18 gennaio 2018

Tanto Iran a Berlino

Che il cinema iraniano sia molto presente nei festival internazionali non è una novità. Ma Berlino è una delle vetrine più prestigiose in assoluto, e porta bene ai colori persiani, avendo già consacrato  opere come About Elly, “Una separazione”, “Taxi Teheran”. Pertanto, essendo la presenza iraniana quest’anno considerevole, la notizia è da rimarcare. Anche se il nuovo film, spagnolo, di Asghar Farhadi,  sarà evidentemente indirizzato altrove (Cannes?).

Per primo è stato annunciato "Pig" di Mani Haghighi (già presente nel 2016 con “A Dragon Arrives!”). “Pig” sarà nel concorso ufficiale, in lizza per l’Orso d’oro. La sinossi recita:


Hassan è arrabbiato. Da tempo non è in grado di fare un film. La sua star preferita non può aspettare e intende lavorare con altri registi. Sua moglie non è più innamorata di lui. Sua figlia è cresciuta ed è ora indipendente dalla famiglia. Sua madre è invecchiata e sta perdendo la memoria. Una sconosciuta attraente lo segue ovunque vada e pretende che Hassan la scritturi nei suoi film. Peggio ancora, un killer si aggira in tutta la città per uccidere registi, tuttavia, finora ha ignorato Hassan. Hassan è indignato: non è forse il più importante regista di questa città? Quindi, perché l'assassino non lo segue? Quando il nome di Hassan viene discusso nei social network come principale sospettato degli omicidi commessi, le circostanze diventano intollerabili. Ora Hassan deve pensare a un piano intelligente per riabilitare il suo onore ....


"Pig" di Mani Haghighi


Altri due film iraniani hanno staccato i biglietti per la Berlinale 2018. 

“Hendi & Hormoz”, una coproduzione tra Iran e Repubblica Ceca, e “Dressage”, solo Iran, sono stati ammessi alla competizione riservata ai cortometraggi. 

Dopo "Valderama”, visto a ‘Generation 2016’ del Festival, "Hendi & Hormoz" segna anche per Abbas Amini la seconda partecipazione alla mostra. Concorrerà nella sezione ‘Generation 14plus’, dedicata a un pubblico di oltre 14 anni. 

“Hendi & Hormoz” si svolge sull'isola iraniana di Hormuz nel Golfo Persico, dove i depositi di ematite nel terreno trasformano le onde dell'oceano in rosso sangue. Hormoz, 16 anni, si è sposato con Hendi, di tre anni più giovane, dopo averle promesso che avrebbe lavorato come minatore. Ma il giovane, interpretato da Hamed Alipour ("Valderama"), si rende conto che non riesce a trovare un lavoro. Quando Hendi rimane incinta inaspettatamente, Hormoz è costretto a fare un patto sconsiderato con un contrabbandiere. 

Quello delle coproduzioni internazionali è un fenomeno in aumento, grazie anche alle aperture diplomatiche che il governo di Teheran ha effettuato negli ultimi anni.

“Dressage” di Pooya Bakoobeh racconta la storia di Golsa e dei suoi amici che, spinti principalmente dalla noia piuttosto che dall'avidità, svaligiano un negozio. 

Questi film rappresenteranno l'Iran al 68 ° Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Inoltre “Ultima Ration, Mountain of the Sun”, una coproduzione tra Libano e Canada diretta dall’iraniano Bahar Noorizadeh è stata invitato al 13 ° programma Forum Expanded della Berlinale. 

Il 68° Festival internazionale del cinema di Berlino si svolgerà dal 15 al 25 febbraio 2018.

domenica 14 gennaio 2018

Dieci, Abbas Kiarostami (2002)



Dopo gli esperimenti del documentario "Abc Africa", Abbas Kiarostami adotta il digitale anche per la finzione. "Dieci" (Dah) è una raccolta di altrettanti episodi, numerati a mo' di conto alla rovescia, in cui la protagonista del film, alla guida della sua auto, si confronta con diversi interlocutori. I dialoghi, mediamente più concitati e 'drammatici' rispetto ad altri lavori dell'autore, sono ripresi da due videocamere fisse rivolte all'interno dell'abitacolo. Dato il tema principale - la condizione della donna nell'Iran contemporaneo -, si tratta del film più politico del regista, che sceglie insolitamente un'ambientazione urbana e una protagonista femminile. Questi aspetti denotano una palese influenza, sul maestro, dell'allievo Jafar Panahi e del suo "Il cerchio", al netto di alcune notevoli differenze stilistiche.

La trama si svolge nel traffico di Teharan. Una giovane donna separata, fotografa e pittrice, discute animatamente con suo figlio, che sembra urlarle frasi ascoltate dal padre gonfie di mentalità maschilista. La tipicamente kiarostamiana incomunicabilità tra genitori e bambini si traduce qui in aggressività del giovane.  Seguono confronti con la sorella, con un'anziana donna devota, con una prostituta, con un'amica abbandonata dall'uomo che aveva promesso di sposarla. I dialoghi sono espliciti (senza essere triviali) come mai prima nel cinema iraniano; il penultimo episodio, cui segue un epilogo in circolarità rispetto all'incipit, sfida doppiamente la censura mostrando un cranio femminile rasato e senza velo. "Sfortunamatamente qualche volta si perde" ne è l'eloquente chiosa.




Coraggioso e figlio del suo tempo, il film sconta una programmacità lontana dalla geniale complessività dei tanti capolavori, più filosofici e spirituali, inanellati dall'autore negli anni precedenti. Il digitale toglie, in pratica, lo strumento della messa a fuoco; al basso costo di produzione fa da contraltare uno svilimento nella composizione delle inquadrature, costrette a primi piani sì claustrofobici, ma che sacrificano il contesto circostante. La radicalizzazione del linguaggio, anche con l'esasperazione del fuori campo, ne fa un'opera di transizione verso le sperimentazioni degli anni seguenti. Nell'ultima fase sua vita, il Nostro si dimostrerà più a suo agio lontano dal lungometraggio tradizionale.
"Dieci" segna il ritorno, dopo cinque anni, al concorso di Cannes. La volta precedente Kiarostami era tornato a casa con la Palma d'oro, questa volta a mani vuote.
Il metodo di lavoro adottato è descritto dal regista nel documentario "10 on Ten"
L'interprete principale Mania Akbari era una non professionista, pittrice e madre separata anche nella vita reale. Qui debutta come attrice, ma passerà molto presto alla regia.